Il problema è ora come fare retromarcia. Perché tornare alle proposte di luglio, con deficit all’1,8%, sulle quali il ministro Tria si era attestato per poi rimangiarsele ha un costo politico. Si tratta, infatti, di togliere sette o otto miliardi alla manovra che dovranno essere depennati da quota 100 (contro riforma Fornero) e reddito di cittadinanza. La svolta è stata imposta dal fallimento del collocamento dei Btp Italia. Il messaggio dei mercati è stato chiaro. O mollate o non riuscirete a rifinanziare il debito in scadenza.

L’errore è stato non fermarsi prima; arrivare fino al punto in cui è divenuta palese la debolezza del governo nella trattativa con l’Europa. Ora bisogna rimediare in fretta, anche per motivi interni. Salvini subisce la pressione crescente degli imprenditori del nord sui quali la nuova crisi incipiente sta mordendo. Il consenso raccolto sul tema migranti può diventare effimero e svanire se si dovesse associare a una politica economica fallimentare che danneggia le imprese, se non altro sul fronte del credito. Mentre Di Maio è indebolito dalle vicende di famiglia che mettono a repentaglio la sua leadership del movimento.
 
Sembre che i due vicepremier si vogliano convertire a un atteggiamento di basso profilo, trasferendo al presidente del Consiglio la responsabilità della trattativa. Forse hanno compreso, tardivamente, che stavamo correndo verso il precipizio. A questo punto, però, cambia il profilo politico del premier. Fino a ieri, con una prassi del tutto contrastante il dettato costituzionale, Conte era stato il mero portavoce dei suoi due vice. E in caso di conflitto fra i due aveva adottato la tattica dell’eclisse: sparire per ricomparire a litigio concluso.

Ora può divenire soggetto capace di coagulare un autonomo consenso, legato all’aspettativa che porti in fondo la trattativa con successo. Se ci riesce, Conte non è più il notaio di verifica e attuazione del ‘contratto di governo’, a lui somministrato, ma il mediatore vincente di una trattativa cui sono legate le sorti economiche del Paese. Agli italiani interessa che chiuda positivamente la trattativa. Al presidente del Consiglio serve per guadagnare spazi, se pure ridotti, di autonomia politica.
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