ROMA, 24 NOVEMBRE 2015 - RACCONTA sorridente, con l’aria soddisfatta di chi si compiace di avere fatto di testa sua: «Tutti gli amici mi sconsigliavano, mi dicevano, ma chi te lo fa fare, uno nella tua posizione che può proporre ciò che vuole».

Ma Luca Zingaretti non è stato a sentirli.

«In Italia, che sui diritti dei gay ancora fatica a stare al passo con altri Paesi europei, è importante – afferma – che un personaggio noto come me porti in scena un testo del genere». Il testo è “The Pride”, dell’autore (e ex attore) inglese di origini greche Alexi Kaye Campbell, andato in scena la prima volta nel 2008 al Royal Court Theatre di Londra. La storia si svolge in due differenti momenti, che di continuo si alternano sulla scena. Sempre a Londra, ma nel 1958 e nel 2015. Nel 1958 Zingaretti è il marito di una ex attrice; nel 2015 è un fotoreporter in crisi con il suo compagno, un giornalista gay. Accanto a Zingaretti, che firma anche la regia e si dice “proud” di questa esperienza, Valeria Milillo, Maurizio Lombardi e Alex Cendron. In scena da oggi al 6 dicembre al Teatro Argentina di Roma, “The Pride” sarà poi, tra l’altro, alla Pergola di Firenze (dall’8 al 20 dicembre) al Rossini di Pesaro dal 7 al 10 gennaio 2016 e al Morlacchi di Perugia dal 10 al 14 febbraio. 

Zingaretti, in teatro preferisce rappresentare i testi contemporanei piuttosto che i classici?

«No, mi sono formato sui classici. Quando sono tornato a lavorare in teatro, dopo molti anni in cui avevo smesso di fare spettacoli, ho riflettuto sulla necessità del teatro di rinnovarsi, per tornare a parlare più che alla testa, al cuore della gente. Perché con questo continuare a rivolgersi alla testa, i teatri in Italia si sono un po’ svuotati. Penso che sia importante tornare a emozionare le persone, a farle discutere, a farle arrabbiare, a farle gioire, entusiasmare. E questo, secondo me, lo puoi fare o con una rilettura dei classici, che hanno sempre, comunque qualcosa da dire, o con dei testi moderni. Non escludo che prima o poi affronterò un classico».

Perché la scelta di “The Pride”?

«È un testo che mi ha molto colpito, per vari motivi. Perché parla d’amore, in un momento in cui, per le guerre in giro per il mondo, per quello che è successo in Francia e a Bruxelles, sembra che l’amore sia scomparso dall’orizzonte delle persone. E ci dice che quando si ama davvero, quando è amore profondo, non importa chi siano le persone che si amano. Parla, poi, di identità dell’individuo, come si forma, come la si difende, come la si crea. Chi ha il coraggio di vivere per quello che è? Quando ero ragazzo, nei collettivi politici, al centro di ogni discussione c’era sempre il dubbio: quello che sto facendo, è proprio ciò che io voglio fare? È una mia scelta? Questo testo, rimette in qualche modo al centro il tema dell’identità, e lo fa soprattutto attraverso le scelte sessuali delle persone».

Affrontare altri ruoli, è anche un modo per liberarsi un po’ di Montalbano?

«No. Anche perché non mi sono mai sentito prigioniero di Montalbano. Sono impegnato nelle riprese di Montalbano ogni due, tre anni per due mesi. Per il resto lavoro continuativamente su altri progetti. Poi, è ovvio che quello è più forte. Ma lo è anche perché la Rai continua a mandare in replica i vecchi episodi. Così sembra che siano infiniti. In realtà, dopo vent’anni abbiamo fatto meno episodi di quelli che si fanno in un anno in queste serie televisive poliziesche o meno. Loro in un anno fanno trenta episodi, noi a trenta non siamo ancora arrivati. Sono tornato a teatro semplicemente perché nasco come attore di teatro e a un certo punto mi ha preso la nostalgia. Sono tornato, e devo dire che avevo dimenticato quanto è bello fare teatro».

Nel 2016 la rivedremo anche come Salvo Montalbano?

«Andranno in onda due episodi nuovi che abbiamo già girato: “Un covo di vipere” e “La piramide di fango”».