Pasquale Gravina: “Ero uno dei Fenomeni. Ma le medaglie vinte non contano nel lavoro”

È stato uno dei pilastri della mitica nazionale di volley guidata da Velasco. “La mia seconda vita? In una holding formo i manager del futuro. Nello sport c’è la dittatura della meritocrazia, solo se vali hai la tua chance”

Pasquale Gravina, 53 anni, in nazionale
Pasquale Gravina, 53 anni, in nazionale

Roma, 27 novembre 2023 –  Pasquale Gravina è stato un grande campione di pallavolo, ha vinto quasi tutto con la Generazione dei Fenomeni guidata da Julio Velasco. Era un centrale, fortissimo nel fondamentale del muro. Oggi che ha smesso, invece delle schiacciate avversarie, “mura’’ la retorica che dallo sport finisce spesso per debordare nella vita: lo ha fatto con un libro, ’Vincitori e vincenti’ (Roi edizioni) in cui anche gli elementi autobiografici sono solo un pretesto per fornire esperienza utile fuori dal campo. Quella che oggi gli serve nel suo ruolo nella holding di Gi Group, multinazionale che si occupa di servizi per il lavoro.

Gravina, lei definisce questo libro un’autobiografia impopolare.

"Una semplice biografia sportiva non mi rappresenterebbe, parlo del mio passato da atleta solo per portare autenticità e far capire come si sviluppano i fatti, ma mi interessava fare collegamenti a un mondo che può parlare anche ai manager, ai quali mi rivolgo nel mio lavoro".

Che sarebbe?

"Opero in una holding, una delle mie responsabilità è fare formazione ai manager portando l’esempio di sport, arte e cultura. Il mio compito è mettere questi mondi in collegamento, coinvolgendo esperti di questi elementi che hanno in comune il fatto di parlare al nostro lato emotivo".

Lei dice che nello sport c’è la dittatura della meritocrazia.

"Chi cresce nello sport giocato sviluppa in maniera profonda il principio del merito, che poi non lo abbandona più. La cosa bella è che puoi essere figlio o parente di chiunque, ma se non te lo meriti in campo non ci stai. Molti settori della società funzionerebbero meglio se si premiasse il merito, cosa che in Italia si fa poco: e infatti molti giovani italiani che studiano sono poi costretti ad emigrare. La rete delle conoscenze ha un ruolo anche all’estero, ma da noi di più. L’italia non è un paese per giovani".

Lei sostiene che il concetto di sport come scuola di vita è una...cavolata.

"Bisogna distinguere. Quello di base ha sicuramente un ruolo formativo, soprattutto per i giovani, e li tiene anche lontani dalla strada. Ma nel settore professionistico non è vero, non mi risultano sportivi di eccellenza che poi gestiscano organizzazioni complesse, non sono preparati. La vita è un’altra cosa".

E lei come fa a stare nel mondo del lavoro senza soffrire?

"È difficile, ma ho imparato a coesistere e ad adattarmi senza abbassare il livello della mia moralità. Lo sport è molto più semplice della vita: quando smetti, con umiltà devi tornare a imparare per trovare nuove chiavi, studiare. Solo che in Italia non ci sono percorsi strutturati che permettano agli ex atleti di ricollocarsi e di capitalizzare la loro esperienza. Non serve usare i campioni per tagliare nastri alle inaugurazioni, bisognerebbe mettere a frutto in modo sistemico le loro competenze trasversali, che tra l’altro il mercato cerca parecchio".

Lei dice anche: tutti fanno gestione della sconfitta, nessuno pensa a gestire le vittorie.

"Chi ci riesce apre dei cicli, ma sono rari perché la vittoria è quello a cui tutti tendono, anche nel lavoro. È normale cercare un riconoscimento, ma poi quando vinci non ti interroghi sul motivo. Lo fai solo quando perdi, quindi la sconfitta è un’occasione evolutiva, la vittoria è un risultato molto pericoloso. Sono due impostori che non ti fanno vedere come sei".

Nel libro cita una frase che dicono ai nuovi All Blacks, i rugbisti della Nuova Zelanda alla prima convocazione: “porta questa maglia in un posto migliore“. In Italia non sempre la maglia azzurra è rispettata.

"La nazionale è come un’università o un’istituzione, è solo un involucro. La differenza la fanno gli interpreti: tocca ai leader farne capire l’importanza ai giocatori, e infatti il modo in cui viene percepito l’impegno della maglia azzurra cambia a seconda di chi sia l’allenatore o i dirigenti. Se uno non ne sente l’importanza, in nazionale non ci deve stare. Ma questo vale per tutti gli ambiti: nel suo giornale si respira una storia, chi l’ha ricevuta deve essere capace di trasmetterne l’importanza ai nuovi".

Scrive anche di non biasimare chi si toglie una medaglia sul podio se non ha vinto.

"A me è capitato di averne voglia. Non si dovrebbe fare, ma non faccio il moralista ipocrita, ognuno ha i suoi motivi".

Però c’è chi guarda agli sportivi come a un esempio, peraltro molto ricco. Anche se questo è un peso che a volte schiaccia anche i campioni.

"C’è gente che gode nel vedere quando una persona famosa commette errori. I piani sono diversi: uno sponsor ti dà denaro ma fa un contratto commerciale, ti paga per comportarti nel modo giusto per vendere i suoi prodotti. Non è un discorso morale: e io non credo che Maradona, per quanto fenomenale nel calciare una palla, fosse un modello da imitare".

Gravina, in che senso voi atleti morite due volte?

"Io sono morto la prima volta nel 2005, una parte di me è finita quando mi sono ritirato. Vi assicuro che quasi tutti gli atleti professionisti capiscono che una parte di loro è finita quando smettono. E non succede nelle altre categorie, che non possono capire. Nessun pietismo, dico solo che reinventarsi è molto complicato. Io sono grato della seconda possibilità che ho avuto".

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