Mercoledì 24 Aprile 2024

Verso l’8 marzo. Ranghieri (World Bank): "Curiosa e ottimista: così cambio il mondo"

La coordinatrice delle strategie di sviluppo della Banca mondiale in Medio Oriente: "Nell’area tra Egitto e Yemen lavoriamo con donne che guardano al futuro. La mia voglia di fare mi ha permesso di superare gli ostacoli alla carriera"

Federica Ranghieri si occupa di sviluppo sostenibile per la Banca mondiale

Federica Ranghieri si occupa di sviluppo sostenibile per la Banca mondiale

Milano, 3 marzo 2024 – Dal Giappone travolto dallo tsunami nel 2011 al Medio Oriente, dove oggi è program leader per le strategie di sviluppo sostenibile della World Bank per Egitto, Yemen e Gibuti, passando da interventi in Afghanistan e in Nepal. Federica Ranghieri è tra le "99 donne che hanno inseguito il loro sogno e cambiato il futuro" alle quali l’università Bocconi dedica un libro, “Changed by women“, affinché le loro storie "come un fiume in piena abbattano le barricate sociali piazzate davanti ad altre donne, che ostacolano le loro aspirazioni".

Federica-bambina sognava già di cambiare il mondo?

"Non immaginavo questo lavoro ma ero molto curiosa, mi interessava l’ignoto. Mio papà e i miei zii erano giornalisti, venivano inviati in posti assurdi e mi portavano a casa tantissimi ricordi e storie incredibili, di cambiamento, di coraggio. Credo sia diventato fondamentale nella mia vita".

Federica Ranghieri si occupa di sviluppo sostenibile per la Banca mondiale
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Quanto scuola e università sono state determinanti?

"Alla Bocconi studiavo Discipline Economiche e Sociali, un corso molto teorico. Ma gli ultimi due anni era possibile scegliere esami complementari. Mio papà era tornato dal primo Summit sulla Terra di Rio. Era il 1992. Mi disse: “Non puoi capire, stiamo rovinando il pianeta, il clima sta andando a rotoli“. È stata la spinta per cominciare a lavorare su ambiente, sostenibilità e inclusione. Mi presentai dal professor Malerba di Economia industriale e dell’innovazione con una tesi: l’ambiente e lo sviluppo sostenibile saranno fortissimi driver di cambiamento nei prossimi anni. Lui non aveva mai trattato il tema ma mi disse: “Perché no? Buttiamoci“. E mi spedì a fare ricerca negli Usa".

Da lì è cominciato tutto. E si è “specializzata“ anche nella gestione di megadisastri. Che cosa abbiamo imparato da quelli?

"Ci sono tante crisi naturali, geopolitiche o la combinazione delle due. È tutto così collegato. Ho cominciato a lavorare sui cambiamenti climatici alla Fondazione Mattei, poi intervenendo sulle situazioni di disastro per la Banca Mondiale. Il battesimo del fuoco è stato lo tsunami in Giappone, nel 2001, che ha avuto una catena di impatti sulla popolazione, sulla supply chain (catena di approvvigionamento, ndr), su Fukushima e il nucleare".

Qual era la sua missione?

"Ci chiamarono i giapponesi come parte terza perché volevano capire cosa avesse funzionato e cosa no. Sono preparatissimi a reagire a qualsiasi disastro, in quel caso veniva percepito il fallimento. Ricordo il silenzio all’arrivo: tutto annientato per 5 chilometri, la distanza che può vedere il tuo occhio, non c’era albero, né edificio. Quando manca la voce manca anche la speranza. Ma i giapponesi sono incredibili: tre giorni dopo stavano già lavorando sul sito, in meno di un mese avevano creato un impianto per riciclare le macerie. Un’esperienza incredibile che dà il senso del ricominciare da zero, tirando fuori tutto quello che era possibile".

Per la Banca mondiale si occupa di sostenibilità e sviluppo in un’area chiave, tra Egitto e Yemen. Qual è lì la situazione delle donne, tra diritti negati e segnali di resistenza?

"Le barriere ci sono, ma anche i segnali. Il governo egiziano ha molte donne ministre, con dottorati di ricerca negli Stati Uniti: hanno tantissime competenze, sanno bene quello che possono chiedere al Fondo Internazionale e alla Banca. In Yemen la situazione è molto diversa, ma le donne yemenite sono incredibili agenti di cambiamento. Abbiamo lanciato un programma due anni fa Women-Owned Business con alcuni milioni di dollari dedicati solo a compagnie di donne, con un leader donna. Abbiamo fatto formazione: le imprenditrici sono cresciute, hanno creato associazioni di donne che lavorano in tantissimi campi, dall’infrastruttura alla raccolta di rifiuti, hanno creato servizi per aiutarsi a vicenda tra lavoro e cura dei bambini. Quando vedi questi piccoli e grandi risultati vuoi fare ancora di più".

E lei ha incontrato ostacoli nella sua carriera perché donna?

"Credo di non averne avuti di molto evidenti, ma forse per il mio ottimismo e la voglia di fare. All’inizio lavoravo da Milano, come consulente della Banca. Poi mi hanno offerto un lavoro negli Stati Uniti: sono partita sola con le mie bambine di 4 e 6 anni. Mio marito non poteva lasciare il suo lavoro. Ma è la persona più generosa che conosca: “Devi sentire il tuo cuore – mi disse –. Non ti chiederò mai di rinunciare“. E io non lo chiesi a lui. Ci veniva a trovare un weekend sì e uno no. Adesso io sono al Cairo, lui a Milano, una figlia è a Los Angeles – è laureata in Economia, lavora nell’entertainment ed è super contenta – la ’piccola’ studia Ingegneria aerospaziale al Mit di Boston, vuole andare sulla luna. Siamo in tre continenti: il sole nella mia famiglia non tramonta mai".