Mercoledì 24 Aprile 2024

La Giornata dell’8 marzo: non chiamiamola festa, la battaglia dei diritti resta ancora da vincere

Il cammino per una piena emancipazione femminile non è compiuto Emmeline Pankhurst e Ada Negri, il ricordo di chi ha lottato per la parità

L’8 marzo più che  la ’Festa della donna’ rappresenta ’La giornata internazionale della donna’

L’8 marzo più che la ’Festa della donna’ rappresenta ’La giornata internazionale della donna’

Roma, 8 marzo 2024 – Momento amarcord. Inizio anni ’90, l’8 marzo è un tripudio di mimose, donne più o meno giovani che si ritrovano, un momento che molte aspettano con una certa trepidazione. Chi è spesso a casa (perché ci sono i figli, sai, il papà lavora fino a tardi…) lo attende tutto l’anno. Magari, perché no, anche per andare ad applaudire quel Manuel dei Centocelle Nightmare (c’è chi se li ricorda e chi mente) che quella sera si esibisce in quel posticino fuori mano.

In quei locali in cui si servivano cocktail di gamberetti, tagliata con pomodorini rucola e grana, e in cui i vestiti si impregnavano di fumo, c’ero anch’io, una ragazzina: non mi ponevo troppe domande e quando facevo i conti con quel malessere che sentivo in fondo alla pancia, perché non tutto mi tornava, davo a colpa ai gamberetti.

Solo qualche tempo dopo ho capito che non era con loro che me la sarei dovuta prendere. ‘Buona festa della donna’, iniziava mio padre la mattina, e poi a raffica insegnanti, amici, allenatori, fidanzati quando c’erano. Tutto sommato non è così male essere donne, pensavo, ti fanno anche la festa, un po’ come la sagra del cinghiale e del tortello. Gli uomini mica ce l’hanno una festa tutta loro. Poi arrivava il 9 marzo e si tornava alla realtà. Negli anni è diventato chiaro che si trattava di un atto di carità concesso dal sistema patriarcale, così generoso da lasciarci addirittura il lusso di divertirci, di sera, da sole. Un po’ come quel pugno di crocchette che si dà al cane perché ci ha riportato indietro il bastone che gli abbiamo lanciato. Ancora oggi in molti si ostinano a chiamare l’8 marzo ’festa’ e non almeno ‘Giornata della donna’, se proprio non si vuole aggiungere, in mezzo, internazionale. Invece è importante definirla nel giusto modo per svelare il trucco, fin qui riuscito, di togliere forza al significato profondo di questa ricorrenza.

Può sembrare un puro esercizio di stile, ma è attraverso le parole che si costruisce il modo in cui percepiamo la realtà, e se definiamo questa ricorrenza una ’festa’ suggeriamo qualcosa di profondamente sbagliato: l’idea che la battaglia sia finita, che i diritti siano acquisiti, così come la parità salariale. Non è così. Non c’è alcuna vittoria da celebrare. L’8 marzo è lì a ricordarci che la battaglia per l’emancipazione femminile che tante donne coraggiose hanno portato avanti, a partire dai primi del ‘900, non è vinta. Il simbolo ufficiale, la mimosa, un fiore fragile e caduco, venne scelto solo nel 1946, dopo il voto che segnò il passaggio alla Repubblica. Una pianta che non costa molto e che con il suo colore rappresenta il passaggio dalla morte alla vita, metafora di tutte le donne che hanno combattuto, per un mondo più uguale.

Lo so, qualcuna rimpiangerà i bei tempi della festa con i Centocelle, un po’ per gli anni che passano, un po’ per quell’idea che conquistare la parità passi dal somigliare agli uomini, spogliarelli inclusi. Ma Emmeline Pankhurst o Ada Negri Garlanda, non è una ’festa’ che avrebbero voluto. Solo la certezza che altre, dopo di loro, porteranno avanti la battaglia.