Mercoledì 24 Aprile 2024

Verso l’8 marzo, Eva e il vento: come una donna ha preso per mano l’intera umanità

All’origine di tutto un albero, una mela, e la consapevolezza del proprio ruolo totalmente diverso da quello che per anni l’uomo si è raccontato

Giancarlo Caligaris interpreta il testo di Simona Baldelli

Giancarlo Caligaris interpreta il testo di Simona Baldelli

Questo racconto è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla. Simona Baldelli, che Qn-Quotidiano Nazionale ha deciso di ospitare con il suo intervento, ha declinato la chiamata in senso narrativo, risalendo all’Eden e al senso primario della contrapposizione tra uomo e donna. Questo racconto è anche parte di un percorso articolato in tre uscite con cui Baldelli ha voluto regalare ai nostri lettori la sua originale idea di amore. Dopo la prima uscita, a San Valentino, e quella di oggi, il racconto finale apparirà sulle nostre pagine l’8 marzo, in occasione della Festa della donna.

Nel giardino tutto era immobile, gli alberi, l’erba, il tempo. Le corolle stavano impietrite nella posa migliore, appena dischiuse. Non più boccioli, ma promesse di una pienezza che nel pomeriggio non sarebbe giunta. Né l’indomani. Né mai. Il sole compiva il suo arco nel cielo senza conseguenze nell’Eden.

Quel mattino Eva non aveva provato stupore davanti a tanta, inscalfibile, bellezza. Quante albe erano trascorse dalla prima in cui era rimasta senza fiato davanti al panorama? Dieci? Mille? Una soltanto? Si può misurare l’eternità? Giorno, notte, giorno, notte, ancora giorno, ancora notte. E, al risveglio, sempre gli stessi fiori, non più in boccio, ma mai sfioriti.

Forse non avrebbe dovuto cacciare il serpente. S’era presentato fra le foglie dell’Albero della Conoscenza, sotto l’ombra del quale Eva amava sostare, ma non quel mattino. La frescura del fitto fogliame non le dava il piacere di sempre. Chissà perché Dio aveva vietato a lei e Adamo di mangiarne i frutti.

A quel punto aveva visto la serpe. Lì per lì l’aveva accolta come una novità, ma quando le aveva sibilato all’orecchio confuse tentazioni, aveva provato un moto di noia, quasi fosse una faccenda già vista e sentita – non avrebbe saputo dire, in sincerità, se si trattava di un ricordo o una premonizione – e, più il serpente prometteva, maggiore era il tedio. Non credeva alle promesse, Eva, per quanto mirabolanti. Neppure se in cambio le veniva chiesto soltanto di mordere una mela.

L’aveva cacciato. Non si era però allontanata dall’Albero, domandandosi se desiderava quella Conoscenza. Non si trattava di sapienza, lo sapeva. Eva era stata creata a Sua immagine e somiglianza, e dunque già la possedeva. La prerogativa del frutto proibito era la distinzione fra il Bene e il Male. La capacità di giudizio.

D’improvviso la chioma s’era gonfiata di vento.

"Ciao, Dio".

"Cosa fai davanti all’Albero, Eva?"

"Riflettevo".

"Su cosa?"

"Sul motivo per cui mi hai creata".

Il vento smise di soffiare. Temette che Dio se ne fosse andato poi, le foglie ricominciarono a ondeggiare.

"Lo sai. Per fare compagnia all’uomo".

Poiché Dio non mostrava il suo volto, Eva fissava la chioma dell’Albero, immaginando che le parlasse da lì. "Tutto qui? Sarebbe bastato creare un altro uomo, allora".

Silenzio. Doveva porre la questione in altra maniera. "Di cosa siamo composti?"

"Oh, di terra, acqua, carne e altro che potremmo chiamare soffio divino, custodito in varie forme in ciascuna parte del corpo: intelligenza nel cervello, bontà nel cuore, coraggio nel sangue, forza nelle braccia".

"Cosa c’era nella costola da cui mi hai concepita? Di cosa hai privato Adamo perché io ne avessi una dose doppia?"

"Fai tante domande, Eva. Troppe".

Che vi fosse la curiosità? Non essere mai sazia di risposte? Voglia di guardare oltre? "Ne ho ancora una, l’ultima".

Dio sospirò un caldo alito di vento. "Dimmi".

"Tu sei il Creatore di ogni cosa e tutto sai e vedi, vero?"

"Certo".

"Dunque sai già se mangerò, o no, il frutto".

Lui tacque di nuovo, ma un sottile refolo ancora smuoveva i rami.

"Se non lo farò, tutto resterà così com’è" disse Eva. "Io e Adamo non scopriremo la nostra nudità, non ci riprodurremo, non ci sarà un genere umano. Avrai creato tutto questo per niente, perché nessuno conoscerà la Tua grandezza".

"Ma se lo mangerai, porterai il Male all’umanità".

"No" osò contraddirlo. "L’Albero dà il potere di discernere fra il Bene e il Male. E dunque scegliere di non farlo. Altrimenti dovremmo sottostare al Tuo giudizio per ogni azione. Ma sarebbe un tribunale senza senso il Tuo, perché saremmo inconsapevoli dei nostri errori".

"Attenta, Eva. Sai quali conseguenze avrebbe il tuo gesto".

"Lo so. Partorirò con dolore. Il mio flusso sarà immondo. Potrò essere ripudiata, lapidata. Non potrò parlare nelle assemblee. Sarò sottomessa a mio marito. Mi sarà negato il piacere. Così sarà scritto nei Libri Sacri".

Sarebbe bastato voltare le spalle all’Albero e nulla avrebbe patito. Lei e Adamo avrebbero vissuto per l’eternità nella cristallizzata perfezione dell’Eden.

"Hai mandato Tu il serpente, vero?"

"Avevi detto che non avresti posto altre domande, Eva".

"Potevi venire direttamente Tu a tentarmi, a dire cosa avresti messo sui due piatti della bilancia. Senza la mia disobbedienza, già presente nel Tuo disegno, gli uomini non scoprirebbero il libero arbitrio, necessario a loro quanto a Te".

"A me?"

"Sì. Sei onnipotente e omnisciente, e per questo sarai ritenuto responsabile di tutto, anche del Male. Ma, se Tu disponessi di un libero arbitrio divino, potresti lasciare agli uomini libertà di scelta, e quindi renderli responsabili dei loro errori". La colpì un pensiero. "Io e il serpente siamo solo Tuoi strumenti".

L’albero s’immobilizzò, si fermò il vento, l’Eden si fece di vetro.

Eva allungò una mano al frutto più basso, non per raccoglierlo, ma per provare il gesto qualora avesse deciso di compierlo. Un gesto comodo, naturale.

Ritirò il braccio. A occhi chiusi immaginò il futuro, valutò il peso che avrebbe portato sulle spalle, la gravità del marchio cucito addosso, e la fatica per liberarsene. Eva, simbolo del peccato, vettore del Maligno, una tentazione da scacciare.

Si chiese se ne valeva la pena e sorrise. Porsi la domanda, era già libertà di scelta.

Il vento tornò, impetuoso, più forte di prima.

"Non farlo Eva, non voglio più".

"Ma come puoi sopportarla un’eternità di niente?"

"E tu come puoi sopportarla un’eternità di dolore? Ti chiedo troppo, amata figlia, e in cambio di così poco".

"Ce la farò, Padre, mi hai fatta forte".

"Stai sopravvalutando il genere umano. Non ti saranno riconoscenti per il dono, ma ti incolperanno di averli dotati di coscienza. Sarai causa di ogni peccato. Un comodo capro espiatorio, e non perderanno occasione per condannarti. Resta qui, fatti proteggere".

"Mi proteggerà la Tua Parola".

"Non esserne certa, perché quei Libri Sacri di cui parlavi verranno epurati di ogni voce di donna".

"So anche questo. Sarà necessario un tempo lunghissimo per vincere il pregiudizio, le superstizioni, lo stigma di quel peccato originale per incarnare il quale mi hai creata. Ma quel giorno verrà".

"Ti ho creata anche per conoscere la gioia".

"Troverò il modo di essere felice".

Qualcosa le carezzò una caviglia. Un fiore si era appoggiato a lei, come se lo stelo non riuscisse a sostenere il peso della corolla che pareva cresciuta, gonfia, come sul punto di aprirsi e lasciare che sui pistilli cadesse la benedizione del polline.

Sollevò gli occhi al frutto che penzolava dal ramo più basso.

Ce la farò, ripeté a sé stessa.