Domenica 26 Maggio 2024
AGNESE
Politica

Una memoria di popolo per restare uniti

L'articolo di Agnese Pini riflette sull'importanza della memoria collettiva legata al 25 aprile in Italia, sottolineando la necessità di trasformare le memorie familiari in una memoria nazionale per superare divisioni e valorizzare la storia del Paese.

Pini

La Storia diventa tale quando si traduce in un valore, in un’idea morale che va a costituire le fondamenta di uno Stato, un’idea morale pienamente condivisa da un popolo e da ciò che lo definisce nazione. Immaginate se in Francia, nei giorni della commemorazione per la presa della Bastiglia – che sancisce l’inizio della Rivoluzione francese e dunque la scintilla delle democrazie occidentali – ci si accapigliasse rispetto a quanto di male è arrivato con Robespierre e con il Terrore. La presa della Bastiglia è, per la storia della Francia e di tutto l’Occidente, un fatto sacro e imprescindibile per leggere tutto ciò che è accaduto dopo. Fino ai giorni nostri.

Ebbene, il 25 aprile per l’Italia incarna qualcosa di molto simile: è l’inizio di una stagione stra-ordinaria – nella misura in cui è davvero fuori dall’ordinario – di democrazia, di libertà, di pace. E allora perché non lo sentiamo fino in fondo? Perché la memoria del fascismo e della Liberazione resta sostanzialmente una memoria familiare: ogni famiglia conserva e tramanda il proprio personale ricordo rispetto a quei fatti.

La memoria familiare è preziosissima, ma è inevitabilmente divisiva. Quello che non siamo stati in grado di fare pienamente, negli ultimi ottant’anni, è stato trasformare quelle memorie familiari in una memoria di popolo. Una memoria, cioè, capace di trasferire sui cittadini un valore superiore alle divisioni che ci hanno lacerato e diviso, tra odi e incomprensioni non sopiti e l’ancor più pericoloso qualunquismo di chi vorrebbe derubricare una data così importante alla noia dei nostalgici delle ricorrenze. Significa non sapere da dove arriviamo, e dunque non sapere chi siamo. Significa condannarci all’eterna immaturità di un Paese che non avendo fatto i conti con se stesso resterà sempre piccolo. E soprattutto debole.