Lo scontro fra poteri. La Russa tira il freno: "Bisogna ragionare insieme. È la riforma più divisiva"

E la premier smorza i toni: "Abbiamo sempre lavorato per rafforzare il potere delle toghe". Schlein con Magistratura democratica: "Difendere la Costituzione è base della democrazia".

Lo scontro fra poteri. La Russa tira il freno: "Bisogna ragionare insieme. È la riforma più divisiva"

Lo scontro fra poteri. La Russa tira il freno: "Bisogna ragionare insieme. È la riforma più divisiva"

Niente conferma più di una smentita. E non fa eccezione la premier Giorgia Meloni che, incontrando i cronisti a margine del Cop28 di Dubai, nega recisamente che la destra di governo possa giammai rendersi fautrice di uno scontro con la magistratura, eccezion fatta per alcune frange. Una della quali, Magistratura democratica (Md), si dichiara vittima di "gravi attacchi" da parte del governo.

Se non bastasse questo a render conto del conflitto in atto, ci pensa il presidente del Senato e compagno di partito della premier, Ignazio La Russa, a dimostrare quanto in effetti sia scivolato di mano e degenerato il rapporto tra esecutivo e toghe. E tira perciò il freno sulle annunciate riforme della giustizia: "Sarebbe un errore avviare più di una semplice apertura di dibattito sul tema", osserva, nel momento in cui sono già in campo riforme come il premierato e l’autonomia. La carne al fuoco, insomma, è sin troppa.

"Non credo ci sia uno scontro tra politica e magistratura". Mancava solo la parola distensiva della premier nell’ennesimo capitolo del duello tra politica e toghe. "Per chi viene da destra, chi serve lo Stato è sempre un punto di riferimento e quindi l’idea che ci debbano essere scontri tra poteri dello Stato è sbagliata", dice Meloni rivendicando di aver "sempre lavorato per rafforzare il potere dei magistrati". Anche se il più celebrato e mediatico dei magistrati antimafia, Nicola Gratteri, non lesina critiche all’azione del governo – ma anche di quelli precedenti – e le riforme "inapplicabili" del ministro Carlo Nordio. Contro cui tuona anche il 5 Stelle ex togato Roberto Scarpinato, che considera le ipotesi di valutazione proposte dal ministro una sorta di mordacchia ai giudici.

La premier, comunque, cerca di minimizzare. È solo "una piccola parte della magistratura" che a suo avviso ritiene che certi provvedimenti governativi difformi da "una certa visione del mondo debbano essere contrastati, come è accaduto ad esempio sull’immigrazione". Di qui alle riforme, l’acqua gettata da Meloni si trasforma in benzina sul fuoco. Non che non sia "perfettamente legittimo" esprimere opinioni critiche sulle riforme, ma sentirsi rimproverare "che la riforma costituzionale aveva una deriva antidemocratica", come ha fatto l’Anm, per la premier ha il sapore di un intervento politico. "Nessuno scontro" per carità, ma per Meloni le toghe son andate "un po’ fuori dalle righe". Mentre sul caso del fedelissimo e plenipotenziario alla giustizia, Andrea Delmastro, la premier fa sfoggio di garantismo inusitato: "È il caso di aspettare una sentenza di condanna passata in giudicato, eventualmente, per definirlo colpevole".

La segretaria del Pd Elly Schlein torna invece sulla polemica di Crosetto nei riguardi delle parole dei magistrati di Md che rivendicano il dovere di "difendere i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione anche quando è la maggioranza ad attaccarli". Per Schlein "è la base di una democrazia, che non è la dittatura della maggioranza, ma si misura proprio nella tutela che garantisce ai diritti delle minoranze".

Ma a far notizia è certamente la frenata alle riforme della giustizia impresse da La Russa, che pure ridimensiona la componente togata critica verso il governo. "La giustizia non è la meno importante ma è la più divisiva – osserva il presidente del Senato – Guardate l’ira di Dio scatenata dalle parole di Crosetto. Bisogna sedimentare le condizioni e ragionare tutti insieme". Decantare insomma. "Ora la prima riforma è quella della democrazia diretta per dare maggior peso ai cittadini", sancisce la seconda carica dello Stato. Anche perché la bocciatura da parte di Gianni Letta dimostra quanto invero sia indigesta a diversi ambienti di FI, oltre ai leghisti da sempre per il cancellierato. Ma Meloni al premierato non rinuncerà mai. Serve a suo avviso a rafforzare "la stabilità del governo, che vuol dire rafforzare le scelte strategiche". E secondo la premier non intacca le prerogative del Quirinale "perché è stata scritta in maniera tale da non toccare i poteri".

Cosimo Rossi