Domenica 21 Luglio 2024
PIERO S. GRAGLIA
Politica

L’analisi. La premier divisa tra più e meno Europa

Dalla politica dei prossimi anni dipenderà il ruolo dell’Italia a Bruxelles

I leader al G7 lo scorso 13 giugno a Bari

I leader al G7 lo scorso 13 giugno a Bari

Nell’eccitazione di questi giorni sulle nomine di vertice europee (quelle che vengono definite i Top Jobs europei) forse si perde di vista un elemento fondamentale: cosa voglia Giorgia Meloni dall’Europa; cosa chieda al sistema istituzionale europeo in funzione della sua visione politica e dei valori che ha proposto agli italiani e ai suoi alleati europei durante gli ultimi anni.

Di questo aspetto, confessiamolo, sappiamo poco, e quel poco è confusionario. L’abbiamo sentita spesso accusare il modello "federalista" di voler fare tutto; contemporaneamente Meloni chiede però "più Europa" sulle questioni più importanti: quelle che gli stati membri non possono gestire in splendida solitudine. Ha proposto in alternativa un’Europa "confederale", animata da "sussidiarietà", secondo il principio che "quello di cui Bruxelles deve occuparsi è quello che gli Stati nazionali non possono fare da soli".

Il che è abbastanza ovvio, ma si tratta proprio dell’approccio del modello istituzionale federalista, quello che Alexander Hamilton propose per gli Stati Uniti d’America nel 1788: la politica estera, la difesa, la moneta e la politica economica dovrebbero essere gestite da un’entità sovranazionale lasciando tutto il resto agli stati membri. Funzioni che in definitiva sono proprio quelle che Meloni lamenta come assenti ogni volta che richiede "più presenza europea".

A questo punto il corto circuito è dietro l’angolo. Il problema che forse Giorgia Meloni non coglie appieno - e crediamo che questo sia dovuto a ragionamenti "di pancia", figli della sua ideologia di provenienza - è che l’Europa non fa troppo, bensì fa troppo poco. Questo perché l’Unione europea non è pienamente "federale", è un sistema "confederale", in cui gli Stati membri detengono ancora troppe funzioni e, soprattutto, il diritto di veto sulle decisioni strategiche più determinanti nel campo della politica estera e della difesa, competenze che gli Stati non vogliono assolutamente cedere all’Unione.

Tuttavia l’Europa attuale, pur gestita da Stati nazionali gelosi delle loro prerogative "sovrane", in settanta anni è riuscita a mettere in comune la politica commerciale, la politica economica, a creare un mercato unico, a creare una moneta unica condivisa da gran parte dei membri dell’Unione. Nell’Unione convivono quindi i due aspetti: sia quello caro ai sovranisti (gli Stati che mantengono le leve del comando), sia quello federale: moneta unica, mercato unico, politica economica e politica commerciale unificate in una dimensione schiettamente sovranazionale.

Allora la domanda nasce spontanea osservando la polemica di Meloni contro l’Europa, quella "che fa tutto": è pronta Giorgia Meloni a dare all’Unione europea quelle competenze necessarie per avere una reale politica estera e una difesa europea e chiudere il cerchio di quel mancato federalismo che invece in altri ambiti già esiste?

Il problema è tutto qui. Mentre Meloni sta cercando di ricavarsi uno spazio difficile e complicato nello scenario politico dell’Unione, presentandosi come una rivoluzionaria gentile, ragionevole, pronta a rendere l’Unione più leggera e meno burocratica, deve sciogliere questa sua contraddizione ideale e politica per essere credibile.

Se poi si ritiene che sia possibile tenere in vita un mercato unico in assenza di regolamentazioni vaste e comuni, auguri; se si pensa che sia possibile continuare a gestire i fondi europei senza una burocrazia nazionale ed europea che segua queste procedure, si provi a farlo. Meloni si renderà conto presto che il "federalismo", da lei criticato a parole ma invocato ogni volta che chiede una maggiore presenza dell’Unione, non può essere buttato dalla finestra, a meno di tornare indietro con l’orologio della storia. A quel punto, i problemi che gli stati membri non riescono già oggi a gestire efficacemente (flussi migratori, economia globale, competizione tecnologica, magari chissà, una nuova pandemia) rientreranno dal portone, chiedendo conto ai sovranisti di oggi e di ieri della differenza tra propaganda e realtà, tra desideri irrealizzabili e la lezione dei fatti.

* Professore ordinario di Storia delle Relazioni internazionali Università Statale di Milano