Lunedì 22 Aprile 2024

Caso Salis, domiciliari negati. Cosa può succedere ora

La strada della procedura europea per il trasferimento in Italia e quella della segnalazione alla Commissione per violazione del diritto Ue sulla presunzione di innocenza: l’insegnante è stata ancora una volta condotta in aula con mani e piedi legati

Ilaria Salis con le manette a Budapest (Ansa)

Ilaria Salis con le manette a Budapest (Ansa)

La magistratura ungherese ha negato i domiciliari ad Ilaria Salis. Nella giornata di oggi, il tribunale di Budapest ha respinto la richiesta dei legali della 39enne italiana di passare alla detenzione domiciliare, dopo i 13 mesi di detenzione cautelare trascorsi in carcere.

"Riguardo le misure cautelari -spiega Stefano Montaldo, docente di Diritto dell'Unione Europea dell'università di Torino- si può ciclicamente richiedere la sostituzione della misura nel caso in cui ci sia un mutamento delle condizioni. Con una sostituzione della misura si aprirebbe la possibilità di applicare una procedura europea che consenta il trasferimento della detenuta nel proprio paese per misure cautelari non detentive". Attualmente, questo, non è il caso della Salis, in quanto gli arresti domiciliari sono una misura detentiva e la procedura europea mira a rendere possibile l’esecuzione in uno Stato estero di misure cautelari non detentive quali, ad esempio, l’obbligo di dimora o il divieto di allontanarsi dal paese.

Un caso simile che ha riguardato il nostro paese è del 2009, in cui un cittadino spagnolo agli arresti domiciliari in Italia richiedeva di eseguire tale misura presso la propria abitazione in Spagna, paese di residenza; la Cassazione aveva però rigettato il ricorso, ritenendo che la procedura consente sì di eseguire in uno Stato membro una misura cautelare ma non quella degli arresti domiciliari richiesta dall'individuo. Riguardo al tema: "statistiche dimostrano che è meno probabile che avvenga l'utilizzo di questa procedura -prosegue Montaldo- per la possibilità di fuga dell'imputato una volta rientrato nel proprio paese. In questi casi è quindi la polizia del paese d'origine ad assumersi la responsabilità del controllo del soggetto attraverso metodi come quello dell'obbligo di firma o in casi particolari del braccialetto elettronico". Naturalmente, sarebbe necessaria una importante cooperazione tra Stati in considerazione del fatto che non è in corso un procedimento penale contro Ilaria Salis in Italia.

Questa possibilità rimane comunque molto lontana dopo il respingimento della richiesta di oggi. "In questo caso sono due i problemi: il primo consiste nel fatto che questa decisione deve essere comunque disposta dal giudice del paese in cui è stato commesso il reato e il secondo è il dibattito giuridico tuttora in corso sul tema e l'orientamento di non applicare questa possibilità fino ad ora. Il punto è cosa l'Ungheria sia disposta a concedere. Il governo ungherese sta giocando sulla separazione dei poteri approfittando del fatto che l'Italia non può intervenire mentre nel frattempo è il primo tra i paesi europei a mettere le mani sulla composizione della magistratura ungherese."

L’Ungheria ha infatti un sistema giudiziario e detentivo non adeguato agli standard europei. La situazione è peggiorata ulteriormente sotto il mandato del primo ministro Viktor Orbán. Dal 2012 le promozioni dei giudici vengono decise da un organo controllato di fatto dal presidente ungherese. Solo recentemente, il governo ha rafforzato i poteri dell’organismo indipendente di autogoverno dei giudici, come parte di un accordo con l’UE per ottenere alcuni fondi, ma rimangono dubbi su quanto questo organismo sarà davvero indipendente. Anche oggi come nella prima udienza, Ilaria Salis è entrata in aula con mani e gambe legate, "come un cane" ha commentato il padre. Questo tipo di trattamento, secondo Montaldo, aprirebbe "un'altra possibilità, rappresentata dalla direttiva europea sulla presunzione di innocenza, che stabilisce il divieto di presentare il soggetto come presunto colpevole agli occhi dei giudici e della stampa. La direttiva impone di presentare l'imputato senza che nulla modifichi la percezione dello stesso. Facendo leva su questa direttiva una possibilità sarebbe quella di mandare una segnalazione alla commissione europea. L'UE non può pronunciarsi fino a quando non è chiaramente coinvolta nonostante il caso sia transfrontaliero. I punti di riferimento per il caso specifico rimangono comunque l'accordo europeo sui diritti umani e la legislazione ungherese".