I nostalgici giallo-verde nel nome di Trump

Torna la convergenza tra il capo del Movimento e quello del Caroccio sul tifo per il tycoon

I nostalgici giallo-verde nel nome di Trump
I nostalgici giallo-verde nel nome di Trump

Convergenze o concorrenze parallele? È indubbio che il trumpismo professato da Matteo Salvini e alluso da Giuseppe Conte abbia una precipua funzione elettorale: più scontata per il vicepremier leghista accerchiato dalla premier, assai più subdola e insieme efficace per il leader 5 Stelle in competizione coi dem. È altresì vero che ambedue nutrono qualche nostalgia per la stagione pop del governo giallo-verde, che a suo modo davano rappresentanza al centro sociale del Paese orfano della Dc, unificando le istanze del Nord produttivo al bisogno di sussistenza del Mezzogiorno: tanto che il Reddito di cittadinanza, nel bene e nel male, ha costituito il più consistente intervento contro la povertà fatto in Italia da decenni.

Sembra passata un’era geologica da allora. La pandemia soprattutto e poi le guerre hanno fomentato una polarizzazione integralistica e manichea nella società che si riflette sulla politica. Ma Lega e 5 Stelle continuano a rappresentare i ceti medio-bassi e popolari. E, a detta di alcuni, una loro ritrovata convergenza "sarebbe l’unica mossa in grado di scardinare il governo Meloni".

Nell’immediato Conte, che si dichiara "più vicino ideologicamente" a Biden, aveva scandalizzato l’opposizione e sconcertato il Nazareno. Anche un dem che perora l’alleanza con il Movimento con Arturo Scotto ammonisce che "non è la stessa cosa avere come interlocutore un golpista o un democratico". Vanno invece a nozze i centristi da sempre scettici nei riguardi della matrice pop grillina. "Per me il M5s è un partito di destra che fa finta di essere di sinistra – sentenzia Carlo Calenda –. Se il Pd avesse un minimo di dignità dovrebbe riconoscere che non c’è possibilità di interlocuzione con il M5s". Mentre Matteo Renzi non si perita a definire Conte "un uomo senza dignità, una banderuola che cambia idea a seconda delle convenienze".

Tra uno Zelig e un Alberto Sordi truccato da Brian Ferry, in effetti il leader pentastellato gioca da sempre sull’ambiguità. Un po’ per insipienza e un po’ per fiuto, Conte è il campione italiano di realpolitik, indifferente al tempo della sfida Macron-Le Pen e ratto a siglare il patto sulla Via della Seta con la Cina. In quest’ottica “Giuseppy“, come lo ribattezzò il tycoon, non può non contemplare la vittoria di Trump. Così come cerca di insidiare l’elettorato pacifista del Pd e penetrare a destra con prese di posizione che sarebbe affrettato considerare miopemente putiniane o addirittura pro Hamas.

Diverso il discorso per la Lega, che guarda strategicamente alla vittoria di Trump. Anche se l’idea di un’America isolazionista non è affatto detto avvantaggerebbe i nazional-sovranisti. Un’ipotesi del genere, come osserva Romano Prodi sul Corriere, "ci obbligherebbe a ridiscutere non solo i rapporti tra Europa e Usa, ma la stessa natura del Patto atlantico". Imponendo una corsa al rafforzamento politico e militare dell’Europa.

Cosimo Rossi