Expo 2030. Smacco per Roma: ultima. Vincono ancora i sauditi (con l’appello di CR7)

Candidatura italiana superata anche dai coreani di Busan, la kermesse a Riad. Il presidente del comitato Massolo attacca: "Così è una deriva mercantile".

Expo 2030. Smacco per  Roma: ultima. Vincono ancora i sauditi (con l’appello di CR7)
Expo 2030. Smacco per Roma: ultima. Vincono ancora i sauditi (con l’appello di CR7)

Una débâcle, forse annunciata ma comunque una sconfitta su tutta la linea, che incrina il sistema Italia e il suo futuro commerciale. Roma finisce male la corsa per l’edizione 2030 dell’Expo classificandosi al terzo posto. Non solo dietro alla saudita Riad, data per favorita già da mesi, ma anche alle spalle della sudcoreana Busan. Alla fine la Capitale d’Italia è uscita con soli 17 voti dal pallottoliere del Bureau International des Expositions, 29 sono andati alla coreana Busan e ben 119 preferenze alla capitale saudita. Per Riad – che poteva contare anche su appelli di peso come quello di Cristiano Ronaldo – non c’è stato nemmeno bisogno di arrivare al ballottaggio. La politica del petrodollaro ha vinto ancora su progetti che puntavano invece su temi come la sostenibilità e il concetto di comunità.

Quella di Roma è stata "una brutta sconfitta, siamo amareggiati", ha commentato il sindaco Roberto Gualtieri. Bisogna "sportivamente accettare la sconfitta", ha aggiunto, pur sottolineando che quella di Riad è stata una "vittoria schiacciante". Ma quello di Roma era "un bellissimo progetto", ha continuato Gualtieri. "Se questo è quello che sceglie, a stragrande maggioranza, la comunità internazionale, significa che vale il principio dell’interesse immediato, vale il principio della deriva mercantile", ha invece commentato, con maggior durezza, il presidente del Comitato promotore, l’ambasciatore Giampiero Massolo: "È pericoloso: oggi l’Expo, prima i mondiali di calcio, poi chissà le Olimpiadi... Non vorrei che si arrivasse alla compravendita dei seggi in consiglio di sicurezza, perché se questa è la deriva, una deriva mercantile, io credo che l’Italia non ci debba stare".

Sulla carta fino a martedì mattina Roma contava su più di 50 voti: non semplici dichiarazioni di intenti, ma impegni formali assunti de delegati dei Paesi che avevano deciso di sostenere l’Italia, compreso Israele in extremis in protesta con la posizione saudita sul conflitto a Gaza. Poi, a poche ore (forse minuti) dal voto qualcosa è cambiato. Uno smacco. Che chissà quanto potrà pesare anche sull’attuale maggioranza di governo che però non ha mai messo troppe fiches su questa candidatura. Mentre hanno pesato gli accordi che gli investitori internazionali contano di poter fare con i sauditi nella cornice dell’Expo "da mille e una notte".

D’altra parte, che la vittoria saudita fosse scontata si era intuito già dalle prime battute quando al Palais des Congrès d’Issy, a Parigi, i sauditi ostentavano sicurezza e riempivano il foyer al grido di "Riad, Riad" sostenuta, al contrario dell’Italia, da investimenti da record, 190 milioni per promuovere la candidatura tra maxi sponsorizzazioni e accordi commerciali stretti a ogni angolo del globo, contro i 160 milioni della Corea del Sud. Appena 30 milioni le risorse investite dall’Italia. Una differenza che si è vista anche nella presentazione che si dava dell’Italia al quarto piano del Palais des Congrès: mentre nella sala della delegazione italiana venivano offerti spuntini frugali a base di soft drink e snack dei marchi più commerciali, i rappresentanti di Riad servivano tè in caraffe dorate e tazze di porcellana finissima, datteri su vassoi d’argento e cioccolatini. Anche la forma è sostanza. E fa la differenza. Così l’Expo 2030 è volato in Arabia Saudita. Non a Busan. E soprattutto non a Roma.