Lunedì 17 Giugno 2024

In cammino verso l’uguaglianza. Pari i diritti, non lo stipendio

Le donne continuano a guadagnare in media il 5% in meno rispetto ai colleghi uomini

In cammino verso l’uguaglianza. Pari i diritti,  non lo stipendio

In cammino verso l’uguaglianza. Pari i diritti, non lo stipendio

La parità di genere è ampiamente trattata dalla Costituzione. Oltre al fondamentale articolo 3, l’articolo 37 parla di uguaglianza di diritti e salariale sul lavoro e l’articolo 51 di uguaglianza nell’accesso agli uffici pubblici e le cariche elettive; l’articolo 29, infine, parla di uguaglianza giuridica dei due coniugi. E tuttavia l’attuazione dei principi costituzionali è ancora lungi dall’essere realizzata, se è vero che le donne guadagnano a parità di mansione il 5% in meno degli uomini e raggiungono posizioni apicali solo in un caso su quattro. Nel caso delle madri poi la situazione di complica. Sia nel lavoro che in famiglia la Costituzione si impegna dunque a garantire non solo la parità tra uomo e donna, come eguaglianza formale, ma anche l’eguaglianza sostanziale, tenendo conto delle particolari esigenze delle donne, soprattutto in relazione alla maternità. L’articolo 37, in particolare, è rivolto da un lato a tutelare le specifiche condizioni della maternità (gravidanza, parto, allattamento) e dall’altro ad assicurare un sostegno alla famiglia in generale, che consenta di conciliare lavoro esterno e lavoro di cura.

La Corte Costituzionale "non solo ha le carte in regola ma è andata avanti", ha ricordato il presidente della Consulta Augusto Barbera al momento del suo insediamento. "Tanto è stato fatto anche con le sentenze", secondo Barbera. Nel 1962 la Corte ha infatti "aperto l’accesso alla magistratura e agli altri impieghi pubblici al genere femminile", nel 1968 "è intervenuta sul reato di adulterio, che era condannato per le donne ma non per gli uomini" e nel 1975, con la sentenza "sulla interruzione volontaria di gravidanza, ha aperto la strada alla legge 194". Più recentemente, nel 2022, c’è stata la decisione sul doppio cognome e infine, nel 2023, "quella sulla procreazione medicalmente assistita che ha affermato l’irrevocabilità del consenso dell’uomo dopo la fecondazione". Cionostante la strada è ancora in salita. "Non è invece ancora stato attuato l’invito della Corte a tenere conto dei diritti del nato anche se frutto di una relazione penalmente non consentita, mi riferisco ad esempio alla gestazione per altri – sostiene Barbera – Lì c’è un problema aperto, una ferita ancora aperta nell’ordinamento italiano che spetta poi al Parlamento chiudere".

A cura di Cosimo Rossi