Emozionare con il sorriso. Quando il teatro è una cura

Fabrizio Palma porta in scena i problemi dei ragazzi: "La comicità azzera le distanze"

Emozionare con il sorriso. Quando il teatro è una cura

Emozionare con il sorriso. Quando il teatro è una cura

Portare in scena bullismo, affettività e dipendenze con il sorriso. Lo fa Fabrizio Palma, attore, autore e regista, che da oltre vent’anni si occupa di teatro per i ragazzi. Un compito difficile, il suo, perché i ragazzi sono critici spietati.

"Verissimo. I ragazzi e, soprattutto, i bambini ti fanno capire subito se quello che stanno assistendo gli piace. Ci sono dei segnali che mi aiutano a “capire” quanto sono interessati e che non stanno subendo passivamente: il silenzio o la risata nel punto dello spettacolo in cui ci si aspetta che ridano, ma anche i commentini estemporanei. Con i più piccoli, c’è anche l’immedesimazione con il personaggio o la storia, magari ripetendo un gesto proposto dall’attore durante il racconto".

I ragazzi sono cambiati? Cosa si aspettano dai tuoi spettacoli?

"Io non credo siano cambiati, e mi presento a loro con questa convinzione. Sono cambiati forse gli strumenti (tecnologia, social) ma un adolescente rimane un adolescente, esattamente come lo ero io alla loro età. I sentimenti e le emozioni sono gli stessi. Credo, invece, siano cambiati i genitori, quelli sì. Dai miei spettacoli credo si aspettino “la solita proposta della scuola, quindi mi annoierò!”. Quando si accorgono che gli sto proponendo qualcosa di diverso che addirittura li fa ridere, il gioco è fatto. Ma, soprattutto, racconto le loro emozioni e questo mi permette di essere ascoltato e alla fine fanno domande e partecipano attivamente".

Affronti temi importanti “con il sorriso”…

"La comicità è un’arma che mi permette di portarli dalla mia parte per fargli capire che non stanno assistendo alle solite proposte didattiche, e che mi dà la possibilità di poter poi affrontare la “parte seria” del tema con molta più forza e attenzione. È la forza, drammaturgicamente parlando, del clown triste… o di “La vita è bella” di

Benigni. Eppoi, non c’è niente di più bello delle risate dei ragazzi, sincere, non forzate… vere!".

Ti parlano delle loro difficoltà?

"Succede quasi sempre. Mi hanno raccontato storie di bullismo durissime, qualcuno ne parla durante le domande a fine spettacolo, altri mi hanno avvicinato mentre smontavo la scena. In “Non ho fame!”, parlo di disturbi alimentari e parecchie ragazze, in lacrime durante lo spettacolo, mi hanno poi confessato di trovarsi in quella situazione e di non averne ancora parlato a nessuno".

A cura di Marina Santin