Pippo Fava: la mafia si combatte anche a teatro

Quarant’anni fa il giornalista veniva ucciso da Cosa nostra. Tra i suoi lavori, sempre alla ricerca della verità, drammaturgie e opere per cinema e tv

Pippo Fava: la mafia si combatte anche a teatro
Pippo Fava: la mafia si combatte anche a teatro

Quella via ora si chiama Giuseppe Fava. Al numero 35 c’è il teatro Verga che è la sede del teatro Stabile di Catania. Un tempo era via dello Stadio, perché quello è il quartiere Cibali. Lì il 5 gennaio di quarant’anni fa spararono cinque colpi di pistola contro Fava. Lui stava andando a prendere la nipote che era impegnata nella recita di Pensaci, Giacomino!. Il corpo ancora caldo sul sedile della Renault 5 appena parcheggiata con il finestrino distrutto, un agguato (gli spararono alla nuca e al collo) e si disse subito: "Delitto passionale".

Non era un delitto passionale. E proprio qualche giorno dopo (l’8 gennaio 1984) allo stadio Cibali, dove si giocava Catania-Inter, a un certo punto qualcuno urlò "un minuto di silenzio per Pippo Fava" e lo stadio ammutolì per onorarne la memoria. La mafia lo uccise a pochi metri da quello che era stato uno dei suoi luoghi prediletti: il teatro.

Perché al di là che fosse il fondatore e il direttore de I Siciliani, la rivista che raccontò come la mafia comandasse – in tutti i suoi rivoli e intrecci – anche a Catania (come a Palermo, d’altronde), la storia di Fava è legata a doppio filo alle assi di quel palcoscenico.

Dal 1967 in poi cinque sue opere finirono nel cartellone del teatro. Iniziò con Cronaca di un uomo. Ma otto anni prima senza ancora il conforto di un palcoscenico massimo come quello del “Verga“, Fava aveva scritto La qualcosa (1959), uno spettacolo che s’ispirava al teatro da camera francese, costruito con diversi siparietti. E con un sottotitolo, ritrovato in una brochure dell’epoca, confermato anni dopo dal coautore di quello spettacolo Pippo Baudo: l’antirivista in un atto. Viene portato in scena alla Casa dello Studente e, secondo le cronache dell’epoca, il sindaco di Catania Luigi La Ferlita a una battuta sulle case chiuse, si alzò indispettito ed esclamò: "Queste sono masturbazioni intellettuali".

Fava è un autore teatrale, un drammaturgo, scrive pièce (e non solo) perché per lui "solamente il teatro può restare dentro la verità". La verità sempre inseguita che diventerà la bussola della sua vita. Suonano, a esempio, come testamento le parole che accompagnano l’ultima delle cinque opere realizzate per il Teatro Stabile di Catania, Ultima violenza: "Io mi batterò sempre per cercare la verità in ogni luogo ove ci sia confronto tra violenza e dolore umano. E capire il perché". L’opera inaugura la stagione 1983-’84 del Teatro Stabile, l’ultima della sua vita.

Lì, in quel teatro, su quelle assi, era nata un’amicizia profonda con Mario Giusti, l’anima dello Stabile. Che nel 1979 diventerà capostruttura del Terzo Canale regionale Rai: Rai Tre Sicilia. Con Giusti studiano sei episodi, altrettanti film, anzi docufilm (come si chiamerebbero ora) per raccontare "la Sicilia lontana dagli stereotipi che si porta dietro dall’Unità d’Italia". Sono viaggi nelle viscere dell’isola, nelle sue disuguaglianze, tra la sua omertà, tra le speranze raggelate dalla realtà. Vengono trasmessi nel 1980 anche sul canale nazionale, peccato che il segnale di Rai Tre arrivi a fatica a coprire la Sicilia.

S’intitolano I siciliani, lo stesso nome che darà alla sua rivista. Nel primo Da Villalba a Palermo che vede la partecipazione dell’attrice Ida Di Benedetto e dell’artista Ignazio Buttitta, c’è una domanda fatta a un ragazzo (spesso Fava presta la sua faccia, la sua voce, agisce in prima persona davanti alla macchina da presa di Vittorio Sindoni): "Ma se vedessi ammazzare una persona in strada, andresti dalla polizia?". La risposta: "E lei lo farebbe?".

Nel 1980 prima di tornare in Sicilia a fare il giornalista il Festival di Berlino premia con l’Orso d’Oro Palermo oder Wolfsburg del regista tedesco Werner Schroeter costruito sul romanzo di Fava La passione di Michele e lui aveva collaborato anche alla sceneggiatura. Non è la prima volta che Fava incrocia il grande schermo, anche se per il cinema nutre meno fiducia rispetto al teatro. Nel 1972 il regista ferrarese Florestano Vancini aveva scelto la sua pièce La violenza che diventa, per il cinema, La violenza: quinto potere. L’adattamento è più libero rispetto al testo teatrale originario. Ma c’è una scena, all’interno di un’aula del tribunale, che più delle altre descrive la Sicilia che Fava aveva raccontato e denunciato. Il procuratore, interpretato da Enrico Maria Salerno, chiede all’imputato Ciccio Ingrassia: "Si sono sempre serviti di lei Giacalone, l’hanno sempre sfruttata in qualunque modo e tutto questo per poche briciole". E lui: "Non è vero, mi hanno sempre aiutato". Il magistrato insiste: "Sì, però in cambio le hanno chiesto di caricarsi di un delitto che lei non ha mai commesso e di rischiare 30 anni di galera". E lui ancora: "E pure se esco che ci do da mangiare ai miei figli".

è arrivato su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro