Mercoledì 12 Giugno 2024

Valentina Mira: "L’Italia si crede una lupa ma sparge sangue, non latte Il perdono deve avere dei limiti"

La scrittrice nella dozzina del Premio Strega col romanzo “Dalla stessa parte mi troverai“ Gli attacchi subiti dalla destra neofascista per i riferimenti alla vicenda di Acca Larentia

La scrittrice Valentina Mira

La scrittrice Valentina Mira

Roma, 2 giugno 2024 – Valentina Mira racconta storie forti. Contenuti potenti, a oggi autobiografici – lo stupro subito del quale parla in X (Fandango 2021) e ora Dalla stessa parte mi troverai (Sem 2024) sulla morte di Mario Scrocca, indagato per l’omicidio di due attivisti di destra durante gli anni di piombo e ritrovato morto suicida in una cella anti-impiccagione – con uno stile diretto come un proiettile che sa dov’è il bersaglio. Nel nuovo libro, tra i dodici finalisti del Premio Strega 2024, indaga le sfumature della violenza e dell’ingiustizia nutrita da un potere intriso di retorica e vittimismo. Nel tentativo di restituire il racconto – non un saggio, non un’inchiesta – della storia ancora non conclusa di Mario per fare luce sulla verità, Mira si mette in gioco raccontando anche esperienze personali.

Presto saranno proclamati i cinque finalisti del Premio Strega 2024. Come sta vivendo quest’attesa, anche a fronte degli attacchi ricevuti?

"La candidatura allo Strega è qualcosa che mi ha fatta piangere e ridere insieme, un’emozione grande e inaspettata: nonostante l’indubbio impegno, non sono riusciti a rovinarmela".

Critiche, attacchi e minacce potrebbero diventare materiale narrativo?

"No, non intendo scriverci un libro. Tra l’altro le cose più gravi che mi hanno scritto erano di matrice neofascista, e l’antifascismo che mi piace ha argomenti diversi dal vittimismo e anche dal protagonismo dei singoli".

Un’interpetazione della lupa capitolina, simbolo di Roma, sul muro in un edificio nel quartiere del Testaccio. È opera dello street artist belga Roa
Un’interpetazione della lupa capitolina, simbolo di Roma, sul muro in un edificio nel quartiere del Testaccio. È opera dello street artist belga Roa

Lei ha cambiato idea, dopo aver sperimentato la realtà fascista. Forse è questo che non le perdonano?

"Io da giovanissima stavo insieme a un ragazzo che si professava fascista, non credo sia sufficiente a dire che ho “sperimentato la realtà fascista”. Non mi perdonano di aver scritto che Meloni nel 2008 metteva corone di fiori su croci celtiche, ad Acca Larentia. Ci sono prove su prove, quindi il negazionismo non regge e devono attaccare per forza. Comunque, mi sembra un problema che afferisce a loro e non a me. Chi scrive deve poter dire la verità, se a qualcuno disturba la verità che lo riguarda andasse in terapia".

Nel libro racconta di essersi avvicinata a gruppi fascisti in un momento di grande fragilità. Ritiene che sia la debolezza, o la solitudine, a spingere verso gli estremismi?

"Nel romanzo non racconto affatto di essermi avvicinata a gruppi fascisti: non ho mai frequentato sezioni, non ho mai messo piede in una loro piazza, non sono mai stata una di loro. Racconto invece del rapporto con un singolo fascista, un mio ex di quando ero più piccola. E di come all’epoca ripetessi a pappagallo le scemenze che mi diceva. Indago quella che chiamano “la sindrome di Eco”, perché per ogni Narciso c’è almeno una Eco, e mi interessa la letteratura che indaga le responsabilità di quelle che da tutti vengono derubricate come vittime-e-basta, come se la loro identità coincidesse col subire. Debolezza, dolore e solitudine capitano a tutti e non sono sufficienti a spiegare l’incastro con le persone abusanti; nel libro mi domando: cosa muove chi manipola, e cosa impedisce a chi viene manipolato di difendersi, di ascoltare la propria voce? Succede nelle sette, nelle dittature, in molti rapporti violenti. È materia che trovavo e trovo tutt’ora interessante, urgente e attuale".

Nel romanzo ci sono una storia d’amore, una di violenza diffusa, un capitolo su Acca Larentia e la morte di Mario Scrocca, e il racconto di una sorellanza. Cosa tiene insieme tutte queste storie?

"Il bisogno di indagare alcune trappole retoriche: quelle sul concetto di vittima che viene vista come infallibile solo perché vittima, quelle su come immaginiamo i carnefici che diventano, nelle bocche di alcuni, mostri o lupi, così quando li vedi vestiti Armani non li riconosci. È un libro che rigetta il concetto infantile di colpa, tenta quello più maturo di responsabilità".

«La storia di Roma inizia con una lupa. Con il latte e con il sangue. E così continua», scrive. L’Italia di oggi avanza ancora a latte e sangue?

"La mia lupa è un personaggio più positivo che negativo, allatta figli non suoi. L’Italia di oggi non è una lupa. Magari le piace raccontarsi così, ma non lo è. Il latte lo chiede, non lo dà. Dei versamenti di sangue è complice, ben oltre i suoi confini".

Che cos’è il perdono?

"Nel mio libro non ci sono carnefici, non ci sono vittime, ci sono persone: partiamo da questo. Sappiamo cos’è il perdono, quello che non ricordiamo abbastanza è che il perdono è un diritto di chi perdona, non un imperativo. Se per esempio una ragazza in una relazione con una persona fisicamente violenta perdona e dimentica, si mette in pericolo. Credo che i limiti del perdono vadano imparati e insegnati".

Nel libro il fascismo coincide col patriarcato. Quanto influisce il fascismo sulle libertà femminili?

"Non coincidono né nel mio libro né nella realtà. Il patriarcato è molto più antico e diffuso del fascismo: se il fascismo è sempre patriarcale, il patriarcato non è sempre fascista. Quanto quel regime odiasse le donne è nei libri di storia; quanto chi inneggia a Mussolini nel 2024 le odi ancora è sotto gli occhi di tutti".

Secondo lei viviamo in tempi di censura?

"Secondo me viviamo in tempi di merda".