Venerdì 24 Maggio 2024
Chiara Di Clemente
Libri

Maternità spezzate, da Ernaux a Lattanzi: “Bisogna rompere il silenzio sull’aborto”

La scrittrice italiana nell’inferno delle ‘Cose che non si raccontano’: solo parlando ci possiamo sentire meno sbagliate

Antonella Lattanzi

Antonella Lattanzi

Roma, 17 novembre 2023 – Cose che non si raccontano (Einaudi) è il memoir di una donna che – in età non più giovanissima – vuole essere madre, ci prova col compagno, nulla. Cure, delusioni finché all’ennesimo tentativo, dopo che le sono stati impiantanti due embrioni e sa di essere finalmente incinta, scopre una rara anomalia della gravidanza trigemellare che la porterà prima a dover uccidere una figlia ("riduzione" è il termine usato dai dottori) per sperare che almeno le altre due sopravvivano, poi alla perdita di tutti i feti e al raschiamento. L’avanzare della gravidanza scaraventa la donna in un inferno ospedaliero, e il pensiero ricorrente dell’autrice è il senso di colpa: quand’ero giovane ho scelto di abortire due volte, ora mi merito un così immenso dolore. Sono queste “le cose che non si raccontano“ del titolo. Ma Antonella Lattanzi, con un coraggio e una forza uniche, le ha messe nero su bianco.

Antonella: partiamo dal senso di colpa che tormenta chi ricorre all’aborto pur nella piena consapevolezza che è una scelta e un diritto. C’entra la cultura cattolica nella quale siamo cresciuti tutti, o c’è qualcos’altro?

"Io sono convinta che in questo momento storico sia ancora più importante sottolineare la necessità, l’universalità del diritto all’aborto. Prendiamo L’evento, il romanzo in cui Annie Ernaux racconta come alla metà degli anni Sessanta l’aborto fosse vietato e come lei stessa, giovane studentessa, dovette ricorrere all’aborto illegale, e lo spiega nei dettagli. Fa molto male leggere quel libro. Vietare un diritto, come sta succedendo in alcune parti del mondo o, in qualche modo, anche in Italia perché ci sono regioni in cui i ginecologi sono obiettori di coscienza, negare questo diritto non vuol dire che le donne non abortiranno ma vuol dire che ne moriranno, che soffriranno e si ammaleranno per esercitare un diritto che non hanno più. Il senso di colpa credo venga proprio da questo, da una cultura che non perdona la libera scelta delle donne, e dal fatto che noi stesse siamo state educate soltanto in maniera superficiale a essere veramente indipendenti e libere. Ancora ci viene chiesto il motivo per cui abortiamo, quando nessuno dovrebbe chiederlo. Perché – al contrario di quello che sostengono gli antiabortisti – una donna che abortisce non lo fa mai con leggerezza: è un dolore che porta sempre con sé, un dolore che non l’abbandona mai. E se il mondo non glielo riconosce, se non possiamo parlarne, se abbiamo paura di parlarne, questo dolore si acuisce".

Perché la maternità è sempre associata a sacrificio e dolore?

"La maternità è da sempre associata alla violenza ostetrica, al concetto di sofferenza e di dolore. Dopo che ho pubblicato il mio libro ho incontrato moltissime donne che, anche se non avevano avuto alcun tipo di problema nella maternità, anche se erano rimaste incinta e avevano partorito con facilità, ecco: ognuna di queste persone è comunque incappata in un episodio di violenza ostetrica. Perché la donna è considerata un essere umano fino a quando è fuori dalla sua età ginecologica ma nel momento in cui rimane incinta o cerca di avere un bambino diventa un involucro, un forno, dentro al quale deve crescere un altro essere umano, e dell’essere umano-madre non importa più. Ed è questo, anche, uno dei motivi principali della depressione post partum".

Lei nel libro racconta tutto quello che può traumatizzare una donna in un percorso di procreazione assistita e poi nell’aborto dopo una gravidanza complicata. Che cosa l’ha traumatizzata di più in ospedale e nel rapporto coi medici?

"La colpevolizzazione e la mancanza di tatto, nel rapporto coi medici. Dopo l’uscita del libro ho parlato con ostetriche e medici che in qualche modo si sono scusati a nome della categoria per tutti i soprusi che io – ma tantissime donne come me – mi sono trovata a subire. Molti medici e ostetriche mi hanno detto di aver fatto leggere il libro al loro team, molti psicologi di averlo fatto leggere ai loro pazienti perché, secondo quanto mi hanno riportato, quando si studia per fare quel mestiere, si studia come si fa un’operazione, si studia tutto da un punto di vista fisico ma nessuno insegna come gestire psicologicamente il rapporto con un paziente. Io ho sofferto molto quando ho perso le mie tre gemelle e ho dovuto fare un raschiamento e le ostetriche hanno detto al mio compagno: “ora il papà deve uscire perché la mamma deve andare a fare l’operazione“. Noi non eravamo più né papà né mamme. Perché sottolineare questa tortura e renderla una tortura ancora più grande? E come è successo a me e succede a tutte le donne che hanno avuto un raschiamento in un ospedale pubblico, l’operazione avviene in sala parto. Mentre tutti gli altri bambini nascevano e sentivo il cuore degli altri neonati battere, io il battito del cuore delle mie non lo sentivo più. Che a queste torture fisiche siano unite anche torture psicologiche è la cosa che forse più ti erode il cervello e che ti crea una grandissima disperazione".

Le donne sono sempre sole di fronte all’aborto o c’è un’altra possibilità?

"Tra i vari desideri che ha uno scrittore c’è anche quello di iniziare a far parlare molto di più delle cose di cui non si parla, delle cose che non si raccontano. Io l’ho fatto e ho ricevuto e continuo a ricevere, nel corso dei mesi, tantissime mail, messaggi e testimonianze di donne che mi ringraziano per aver scritto questo libro. Perché anche loro hanno deciso di abortire o subito un aborto e non ne hanno mai parlato con nessuno, e si sono sentite sole, e mi dicono: adesso non mi sento più sola, adesso mi sento meno sbagliata. L’importante è parlarne, parlare dell’aborto, di tutto ciò che ha che fare con questo tema perché più se ne parla e meno ci sarà – per esempio – violenza ostetrica, se ci si spaventa che poi questa violenza potrà essere denunciata. Parlarne. Soprattutto perché vivere insieme esperienze difficili aiuta sicuramente a sentirsi meno sbagliati".

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