Lunedì 27 Maggio 2024
LORENZO GUADAGNUCCI
Libri

L’ossessione di uccidere Mussolini. Castaldi, il ciabattino anarchico

Nel 1921 attentò due volte alla vita del futuro dittatore. Volontario nelle guerre del Novecento e industriale delle calzature

L’ossessione di uccidere Mussolini. Castaldi, il ciabattino anarchico

L’ossessione di uccidere Mussolini. Castaldi, il ciabattino anarchico

È una storia d’amore, di anarchia e anche di scarpe da donna. Inizia quando Bruno Castaldi ha 17 anni e fa il garzone di bottega da un ciabattino di Firenze. È un ragazzino senza cultura, ma curioso e affamato di vita e quando sente vociare di un attentato, di un principe ucciso a Sarajevo, di intrighi di corte e crisi diplomatiche, vuole saperne di più e compra una copia del giornale cittadino, La Nazione; così, leggendo le cronache, comincia a ragionare sul mondo. Bruno scopre presto, da proletario qual è, che la sua parte è quella degli sconfitti, ma con il coraggio di ribellarsi. Comincia così l’avventura umana di una singolare figura di militante antifascista, appunto Bruno Castaldi, attentatore mancato di Benito Mussolini, anarchico inseguito dalle polizie di mezza Europa, combattente nelle tre guerre del Novecento (prima e seconda mondiale, più quella civile e rivoluzionaria in Spagna), ma anche grande lavoratore dotato di sorprendenti capacità imprenditoriali, messe a frutto impiantando calzaturifici nelle terre d’esilio: in Francia, alle Baleari, in Catalogna, perfino in Tunisia, e da ultimo, tornato in patria, nella sua Firenze.

La sua romanzesca storia – raccontata da Onide Donati e dalla figlia Aurora Castaldi in Io contro il duce (Strisciarossa-Aiep) – fa parte, a buon titolo, di un ideale Dizionario biografico di italiani non illustri, ma non per questo poco importanti. Nato a Sesto Fiorentino nel 1897, Castaldi si trasferì dopo la Grande Guerra a Milano, reduce da un breve periodo trascorso in Svizzera, dov’era espatriato per sfuggire alle due condanne a oltre dieci anni di prigione per ammutinamento e diserzione. E dire che nel 1915, appena diciottenne, il focoso calzolaio si era arruolato come volontario, voglioso com’era di agire, d’essere parte della storia, spinto anche dalle parole infuocate di un brillante direttore del giornale socialista Avanti!, un uomo che di lì a poco avrebbe “saltato il fosso”; proprio lui, Benito Mussolini. Castaldi combatté sul Piave, rischiò la vita, fu ferito a una gamba e infine rifiutò di tornare al fronte non certo per codardia, ma perché aveva capito che quella guerra non era la sua e che gli ufficiali la stavano conducendo a scapito dei fanti, sacrificati a migliaia in assalti privi di senso.

A Milano Castaldi incontrò la futura moglie Armida Zanoni e lì cominciò a coltivare l’ossessione della sua vita: uccidere Mussolini. Lo considerava un traditore e forse ne intravedeva il disastroso potenziale politico. Per due volte tentò il “mussolinicidio”, entrambe nel ‘21, l’anno prima della Marcia su Roma. Il futuro duce, a dire il vero, nemmeno se ne accorse. Una volta Bruno fu sorpreso con una pistola in tasca e arrestato prima ancora di potersi avvicinare all’obiettivo; una seconda volta si appostò, nuova pistola in tasca, nei pressi della redazione del Popolo d’Italia, di cui Mussolini era direttore, ma quella sera la vittima designata (che peraltro aveva una scorta) prese una via inattesa e l’attentato sfumò.

Castaldi, a quel punto, era già un “anarchico pericoloso”, e pensò bene d’espatriare in Francia con la sua Armida. In seguito si spostò in Belgio, poi in Spagna e quindi in Tunisia, sempre inseguito da spie e mandati di cattura. Sarebbe tornato in Italia solo nel ‘45, quando la sua ossessione non aveva più ragione d’essere, vista la fine di Benito Mussolini a piazzale Loreto.

A parte qualche rovescio commerciale, il dolore più grande per Castaldi fu la sconfitta dei repubblicani in Spagna. Arruolatosi nel ‘36 nelle milizie anarchiche, aveva combattuto a Guadalajara la battaglia tutta italiana fra gli antifascisti accorsi in difesa della repubblica e i soldati mandati da Mussolini a sostegno del generale golpista Francisco Franco. Pareva l’anticipazione di uno scontro da ripetere in Italia, ma poco tempo dopo la repubblica cadde e la famiglia Castaldi (Bruno, Armida e i quattro figli) fu costretta a un nuovo esilio, stavolta verso la Tunisia, dove la famigliola arrivò – in modo assai rocambolesco – priva di tutto. Anche a Tunisi, naturalmente, Bruno trovò il modo di avviare una fortunata produzione di scarpe da donna, ma non sfuggì, nemmeno stavolta, al richiamo dell’azione antifascista. Quando la guerra si avvicinò a Tunisi, si propose come volontario, col figlio Spartaco, alle truppe inglesi, e così combatté anche in Nord Africa il fascismo. Tornò a casa illeso, ma perse il figlio, ucciso durante una rischiosa missione.

Infine l’Italia, il ritorno a Firenze e, manco a dirlo, l’ennesima azienda, il calzaturificio “Artigianato fiorentino”, dedito all’esportazione di eleganti scarpe da donna. Bruno Castaldi a questo punto è un uomo cambiato, per il carico degli anni e dei dolori accumulati, ma in fondo è sempre lui. Non è più un rivoluzionario, un “anarchico antiorganizzatore“, e diventa amico del primo sindaco di Firenze post Liberazione, il comunista Mario Fabiani.

C’è una foto che ritrae Bruno a Firenze sotto la bandiera delle cooperative di consumo di Rovezzano, Varlungo e Sant’Andrea, di cui era presidente. Da buon antifascista, da uomo di sinistra, era un imprenditore di una pasta particolare: all’iniziativa privata praticata per tutta la vita, abbinava lo spirito cooperativistico. Morì nel 1962, a 65 anni. La bara fu avvolta nella bandiera rossa di socialisti e comunisti, ma sarebbe stato giusto aggiungere il drappo nero e rosso degli anarchici.

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