Martedì 11 Giugno 2024
CARMEN PELLEGRINO
Libri

Carmen Pellegrino: "C’era una volta in Basilicata la città dell’utopia"

Alla Milanesiana la scrittrice ricorda “Cristo si è fermato a Eboli“. Il racconto sul miracolo di Campomaggiore e sulla propria adolescenza.

Carmen Pellegrino alla Milanesiana

Carmen Pellegrino alla Milanesiana

Milano, 11 giugno 2024  – Al Piccolo Teatro Paolo Grassi (Chiostro Nina Vinchi) di Milano, in collaborazione con APT Basilicata, La Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, ha presentato ieri l’appuntamento “I tesori dei borghi nascosti: dalla Basilicata a Milano” a 80 anni da Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e 50 anni dalla morte dello scrittore, con la lettura del testo inedito di Carmen Pellegrino che pubblichiamo di seguito. Allo Spazio BIG Santa, sempre per la Milanesiana, resterà poi aperta fino al 6 settembre la mostra “Basilicata. Una terra tra le nuvole. Viaggio tra i fumetti di ambientazione lucana”

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Questo racconto potrebbe cominciare con il più noto degli incipit, quello che da secoli, in ogni punto del mondo, introduce le fiabe, ovvero storie fondative e per questo ineludibili.

C’era una volta, allora, in una regione chiamata Basilicata, una piccola, ardimentosa città in cui la povertà non esisteva. Esistevano, certo, i poveri, ma non la povertà genericamente intesa. In questa ridente cittadina, che non distava poi molto da Potenza, i giardini fiorivano di continuo, gli ulivi erano sempre carichi, le vigne davano grappoli e grappoli di uva squisita, e – più di ogni altra cosa – il pane e i denti li avevano tutti. Ma, dato che questo racconto non è tratto da una fiaba ma da fatti realmente accaduti, il nostro incipit potrebbe essere articolato come segue:

Una volta c’era, nella regione chiamata Basilicata, una piccola, ardimentosa città in cui la povertà non esisteva.

Da un giorno all’altro, con la sola sottoscrizione di un foglio, i conti Rendina, che avevano ereditato un villaggio con sopra 80 abitanti poveri in canna, con un soffio riparatore mandarono via lo spettro nero della povertà. Le cose andarono così. Era il 1741 e nell’atto di Fondazione della nascente Campomaggiore, una donna, Marianna Proto, vedova del conte Nicola Rendina, affermò e sottoscrisse che a ogni contadino che già viveva nell’abitato o avesse stabilito la sua dimora a Campomaggiore, sarebbero stati concessi un lotto per la costruzione della casa, terra da coltivare e altri benefici. In cambio, i contadini si impegnavano a versare dei tributi in natura o in denaro e a fare dei lavori per lor signori. Nei due decenni successivi i residenti ebbero case costruite con i legni provenienti dai boschi dei Rendina, a patto che per ogni albero tagliato ne piantassero tre, ebbero poi terre, ebbero pane. Le cose cominciarono a girare nel verso giusto e già oltre i confini della Basilicata si parlava di un luogo in cui nessuno pativa la fame. Girarono ancora meglio quando il giovane Teodoro Rendina, nipote di Marianna, colto pensatore in odore di socialismo utopico, chiamò a Campomaggiore l’architetto Pitturelli – che era stato allievo di Vanvitelli – e con lui progettò la città futura (ricordata in seguito come la città dell’utopia) nella quale non solo nessuno sarebbe morto di fame, ma ciascuno avrebbe dovuto cooperare alla cosa pubblica, per il bene collettivo.

Furono costruite nuove case, non più in legno, tutte uguali e disposte a scacchiera tutte visibili dal maestoso palazzo dei Rendina, che aveva di fronte solo la Chiesa. Furono costruiti ovili all’avanguardia, che divennero un riferimento per le terre circostanti. Strade dritte, canali e sistemi di scarico, un cimitero più in là, una caserma per i gendarmi e persino una piccola stazione. e persino una piccola stazione. E poi grani pregiati. E pere giganti. E una sequoia: il primo esemplare in quella terra. A Campomaggiore non mancava niente, a Campomaggiore si stava bene. Fichi e viti davanti alle porte e sugli architravi, e poi botteghe pulite e ordinate, orti botanici con varietà di piante selezionate con cura… Insomma, cose maiviste prima.  Nel 1840, a un secolo dalla sua fondazione, l’antico abitato era ormai un Comune e gli abitanti, dagli 80 del 1741, erano ora più di 1500.

Solo che, come spesso è accaduto nella storia del Sud, se gli uomini non sono artefici del proprio male, ci pensano gli eventi a distruggere ciò si è costruito, ci pensano le forze della natura – come altro potremmo definirle? – e la tragica innocenza con cui si presentano, sconquassano e si ritirano. Nel 1885 l’utopia dei Rendina, e con essa le case, le strade, gli ovili, i grani pregiati e le pere giganti, senza alcun preavviso, se li portò via una frana. Dalla sera alla mattina seguente nessuno poté restare nella propria abitazione, nemmeno i Rendina a palazzo, nemmeno il prete nella chiesa, e nessuno poté tornarvi.

Oggi Campomaggiore è una distesa di ruderi color ocra, uno dei quei luoghi-soglia, uno spazio, un portale tra il passato e il presente, tra il visibile e l’invisibile. Da lì anche la morte se ne è andata: la fine, che è già avvenuta, è anch’essa passata. A chi andrà a visitarli e vorrà ascoltare, racconteranno di un passato in cui anche noi, nati nelle terre minori, venivamo indicati come esempio di qualcosa di virtuoso.

Io sono nata in un paese poco distante dalla città dell’utopia, un paese al confine tra la Campania e la Basilicata, uno di quei luoghi in cui Cristo, fermatosi come sappiamo a Eboli, non è mai arrivato, anche per dissesti e buche sul piano viabile. E però, per uno scherzo del destino, ho dovuto frequentare il liceo classico proprio a Eboli. Così, quando c’era da spiegare la metafora sottesa al titolo del libro di Levi, i professori argomentavano che i luoghi a cui Levi si riferiva erano quelli in cui la civiltà non era arrivata, in cui la gente viveva di stenti o di espedienti, incolta, senza servizi igienici e con gli animali in casa. Per esempio, dicevano, i luoghi da cui viene Pellegrino, e tutti si voltavano a guardarmi e probabilmente immaginavano che quando mi scappava andavo nei campi con il sedere di fuori. Io un po’ mi vergognavo, perché era vero che qualcuno nel mio paese ancora non aveva il bagno in casa, ma io lo avevo, anzi ne avevo due, uno piccolo e angusto, quelle delle scope e della lavatrice, che mia madre aveva destinato a mio padre, e uno grande, patronale, con il marmo e i sali da bagno, che era riservato a noi donne. Questo lo sapevo ma non lo dicevo, abbassavo la testa e guardavo le mie scarpe, se per caso erano sporche di terra. Non lo erano, ma a che sarebbe servito farlo notare? Ero comunque la ragazzina che veniva dal paese, su una corriera tutta rotta in cui nei giorni di mercato qualcuno portava dei polli vivi.

Col tempo ho imparato a usarla a mio vantaggio questa mitografia del buon selvaggio. Non guardavo le sitcom che piacevano alle mie amiche, non seguivo "Friends”, “Beverly Hills 90210”, non mi interessava nemmeno sapere che fine avesse fatto Laura Palmer di Twin Peaks..Ero parte di un mondo a parte, d’accordo, ma sapevo tutto di Euripide, di Eschilo, traducevo il greco senza difficoltà e soprattutto scrivevo temi bellissimi, che risentivano delle letture precoci che nell’isolamento del paese mi salvavano la vita. Per qualche anno ho provato un piccolo risentimento per Carlo Levi, devo ammetterlo, soprattutto se pensavo che i miei compagni di classe immaginavano che mi pulissi il sedere con le frasche di granturco, ma oggi lo ringrazio. Non c’è al mondo un altro luogo in cui chiederei di poter rinascere. Luoghi non esposti, in cui non si arriva per caso, bisogna andarci. Luoghi in cui le assenze sono le più acute presenze. Così mi sento, docile assenza nella lontananza, timida entità lanciata nel mondo ma con la perenne nostalgia di qualcos’altro. Per sempre parte di un mondo a parte.