Giovedì 18 Aprile 2024

La disfida tv dei rapper d’Italia. Irrompe la musica delle periferie

Da lunedì su Netflix il talent show in otto episodi con Rose Villain, Geolier e Fabri Fibra come giudici .

La disfida tv dei rapper d’Italia. Irrompe la musica  delle periferie

La disfida tv dei rapper d’Italia. Irrompe la musica delle periferie

"Magnete ‘o microfono, bro". L’incitazione a dare tutto rivolta da Geolier ai concorrenti di Nuova Scena, il contest in 8 episodi al via lunedì su Netflix, potrebbe valere anche per le tante domande, più o meno pettinate, che piovono in questo momento sull’hip-hop italiano. Un fenomeno assoluto, come dimostrato dall’esorbitante televoto incassato proprio dal rapper di Secondigliano sul palco di Sanremo, che il talent show prodotto da Fremantle esalta, portando sotto la lente della terna giudicante formata da Rose Villain, Geolier e “il maestro” Fabri Fibra, ventisette personalità alla ricerca di un posto al sole nel mondo dell’urban.

"Qua, se vinci, ti tirano centomila euro in faccia ed è una vetrina gigante per qualsiasi ca**o di visibilità" confida alla telecamera Caciah, 23 anni, poco prima che la fortuna si dimentichi di lui rispedendolo lì da dov’è venuto, nello spiegare dove nasca la fame di esserci che regna attorno a questo X-Factor formato Netflix registrato per metà in quei crocevia del rap nazionale che sono Roma, Napoli e Milano, con l’intervento di personalità quali Ernia, Fred De Palma, Ketama126, Lazza, Lele Blade, Nayt, Nitro, Rocco Hunt, Squarta, Yung Snapp e per l’altra metà (in visione dal 26 febbraio) ai Magazzini Generali di Milano tra prove di freestyle, rap battle, videoclip e gl’interventi di autorità quali Guè, Madame, Marracash, Noyz Narcos. L’ambitissima finale a tre, sarà disponibile, invece, dal 4 marzo.

"All’inizio nei panni di giudice mi sono trovato anche un po’ in imbarazzo – dice il rapper partenopeo – Ho 23 anni e alcuni dei ragazzi che ho selezionato sono quelli con cui ho iniziato, di cui conosco le storie. Alcune forti, segnate dai rovesci di una vita non facile: uno dei ragazzi che vedrete è cresciuto a Chicago, dove il padre vendeva abbigliamento con marchi contraffatti, e quando il padre è stato arrestato lui è tornato a Secondigliano, ma non ha mai abbandonato il suo sogno".

Per l’impresa di Sanremo, secondo posto con una canzone in napoletano, Emanuele Palumbo (come si chiama all’anagrafe) è stato festeggiato dalla città con una targa, una medaglia ricordo e un murale accanto a quello di Maradona: "La cosa mi ha fatto molto piacere e un po’ mi fa paura, perché per me Maradona è Dio". Durante la festa di bentornato ha proposto di ricambiare i fischi ricevuti sul palco dell’Ariston, ammette: "A me l’odio non piace, mi scoccia. E quando sono tornato a Napoli, per sdrammatizzare la reazione del mio pubblico a quello che era successo a Sanremo, per placare l’odio che si era creato, di fronte ai fischi e al fatto che il pubblico dell’Ariston si era alzato, ho detto: calmi, calmi, fischiamo noi a loro".

Nell’aria c’è una collaborazione con Bob Sinclar, che l’ha lodato pubblicamente. "Spero di andare molto presto in studio con lui – ammette – Però deve imparare a parlare napoletano… è la mia sfida personale". E sulla storia di Instagram che lo dava a Los Angeles dic: "In realtà stavo a Napoli, ma volevo stare un po’ tranquillo, non ce la facevo più".

"Penso che, al momento, il rap costituisca il modo più genuino per trasmettere dei messaggi – spiega Fibra – Rispetto a un tempo la forma è cambiata, la durata è minore, ma anche questa riduzione va intesa come una forma ribellione… alla forma canzone. In giro tutti hanno paura di essere sé stessi, ma col rap si riesce ad essere sé stessi". Timori che riaffiorano nel momento in cui l’urban italiano si trova a fare i conti con le sue contraddizioni di crescita scivolando nella cronaca. Nera.

È il caso di Baby Gang, Simba La Rue, Shiva finiti in quai seri con la giustizia. "Il discorso degli ambienti criminali ha mille facce: io giudico la musica non la vita delle persone – dice Fibra – La domanda che ci si dovrebbe porre è perché il rap ha sempre più successo. È la musica delle periferie, degli ambienti dove c’è disagio. La gente riesce a sublimare con una forma d’arte le sue difficoltà cercando di uscirne. Di sfuggire ad un destino che sembra segnato".

E il fatto che non sia apprezzato ovunque sta nella logica delle cose. "Se tutti lo amassero non ci sarebbe più motivo di fare rap, quindi viva gli haters".

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