Martedì 18 Giugno 2024
ANDREA MARTINI
Magazine

Il film vincitore. Fattore GG, effetto Usa. Verdetto che spiazza

La commedia “Anora“ preferita a opere di sicuro maggior valore. A cominciare da “Emilia Pérez“. Mai così lontani i fasti di Lucas e Coppola .

Il film  vincitore. Fattore GG, effetto Usa. Verdetto che spiazza

Il film vincitore. Fattore GG, effetto Usa. Verdetto che spiazza

Un ennesimo verdetto inglorioso (meglio limitarsi a questo primo aggettivo). Come spesso accade i membri della giuria tengono più alle sintonie che alle qualità, più a sorprendere che a tener conto della logica. Sean Baker è un lodevole sceneggiatore regista indipendente, autore di almeno un paio di film da ricordare (The Florida Project e Red Rocket: entrambi su marginalità sociale americana) ma Anora, il film che ha ricevuto al Palma d’oro (dalle mani di George Lucas!), è solo divertente, in qualche passaggio esilarante, ma non dispone delle proprietà della commedia hollywoodiana. Né l’umorismo dissacrante né le gag irresistibili. La satira sui magnati russi è facile, il risvolto favolistico prevedibile.

La Palma a Anora è scandalosa non perché il genere non possa ambire alla massima onorificenza ma perché lascia indietro almeno una dozzina di film con maggior merito. L’appartenenza alla stessa generazione e alla stessa comunità culturale della presidentessa della giuria Greta Gerwig potrebbe aver svolto un ruolo decisivo.

L’opera più penalizzata è Emilia Pérez, piena di brio di humor ma anche di idee e colpi d’ala. Un certo imbarazzo nel sacrificarlo lo mostra il doppio riconoscimento. (Premio della giuria – almeno una ricompensa per il geniale regista Jacques Audiard – e interpretazione femminile, quattro ex aequo).

Un lampo di saggezza deve aver invece attraversato i membri che hanno evitato la Palma, più che annunciata, a The Seed of the Sacred Fig (Il seme del fico sacro). Sarebbe stata solo una scelta politica perché l’iraniano Mohammad Rasoulof al di là dell’urgenza del soggetto non ripete le prove precedenti. Qualche sbavatura di sceneggiatura e una netta differenza di stile tra la prima e la seconda parte si fanno sentire. Giusto assegnarli il Premio Speciale.

All We Imagine as Light, l’opera prima indiana della regista Payal Kapadia mostra maturità, coraggio e sensibilità nel raccontare il legame tra due infermiere e una cuoca in fuga da un ospedale caotico. Ricompensarla con un premio secondo solo alla Palma già alla sua prima prova non è necessariamente un azzardo. La presenza di Grand Tour nel Palmarès non è spregiudicata. Il portoghese Miguel Gomes persegue da tempo una linea sperimentale che in questo caso non è incompatibile con il piacere della visione. La mescolanza di tempi, stili e tecniche può anzi risveglare dal torpore.

Premiare per l’interpretazione maschile Jesse Plemons per Kinds of Kindness accontenta forse Lanthimos (che ha da sempre santi in Paradiso) mentre gratificare The Substance per la sceneggiatura è un nonsense. Il film di COralie Fargeat in pratica non ha sceneggiatura, è cadenzato su una serie di inquadrature che rispondono solo al visivo.

Un Palmarès poco congruo chiude un’edizione senza scoperte o picchi. I veri vincitori morali George Lucas e Francis Ford Coppola (umiliato a ruolo di compare) appartengono a un empireo lontano.