Sorpresa: la classe operaia torna al cinema

Riondino e il mobbing collettivo dell’Ilva, Albanese e il manovale sul lastrico per gli azzardi finanziari della ‘sua’ banca. Sulle orme di Elio Petri

Michele Riondino in 'Palazzina Laf'

Michele Riondino in 'Palazzina Laf'

Roma, 22 dicembre 2023 – Ancora lui, Ken Loach. Chi altri riesce a raccontare l’attualità, col linguaggio del cinema, puntando la telecamera sui ceti subalterni? Quasi nessuno. Lui fa così da quasi sessant’anni. Nell’ultima opera, The old oak, ha affrontato un tema scabroso, la xenofobia nella classe operaia, approdando per una volta a esiti speranzosi. Nei due film precedenti si era occupato della disoccupazione e del declino dello stato sociale (Io, Daniel Blake, 2016) e del sovrafruttamento dei lavoratori “freelance”, in realtà falsamente autonomi, presi e scaricati a piacimento (Sorry, we missed you, 2019): ne uscivano un ritratto durissimo dell’economia contemporanea e la constatazione di una netta sconfitta della classe operaia, travolta dalla deregulation e dal definanziamento della spesa sociale. Ma l’intera filmografia di Ken Loach, vista nell’insieme, compone una vera e propria “storia del popolo europeo”, per parafrasare il celebre libro dello storico Howard Zinn, Storia del popolo americano, ossia gli Stati Uniti raccontati nell’ottica dei subalterni. Loah è rimasto però un caso a sé; ogni suo film è un piccolo-grande evento, perché solo saltuariamente, negli ultimi decenni, altri registi hanno voluto occuparsi con decisione della classe operaia, del precariato giovanile e no, dello sfruttamento dei lavoratori. Perciò sorprende che l’uscita di The old oak sia stata accompagnata, in Italia, da ben due film con protagonisti appartenenti alla classe operaia.

Michele Riondino, al debutto da regista con Palazzina Laf, ha raccontato una vicenda poco nota riguardante l’Ilva della sua Taranto, un caso di mobbing collettivo. Ancora negli anni ‘90 in un palazzina in disuso, all’interno della grande acciaieria, venivano confinati, a non fare niente, con pesanti conseguenze psicologiche e nell’autostima, operai, ma anche impiegati, quadri, sindacalisti, tutti sgraditi per qualche ragione ai manager aziendali. Lo stesso Riondino, da qualche anno organizzatore a Taranto di una festa del primo maggio alternativa – cioè meno “pop”, più di lotta – rispetto a quella romana dei sindacati in piazza San Giovanni, interpreta un operaio assoldato come informatore dalla dirigenza, salvo uno scatto d’orgoglio – e forse di consapevolezza – al momento della resa dei conti.

È un caso, quello dell’Ilva, che rievoca clamorose vicende della lotta di classe combattuta dall’alto, come la schedatura di massa dei dipendenti della Fiat, scoperta nel lontano 1971: l’allora pretore Raffaele Guariniello trovò nelle casseforti dell’azienda oltre 350mila schede, piene di informazioni sui comportamenti, le opinioni politiche, e anche la vita privata di operai e non solo. Riondino, che non trascura di mostrare la debolezza dei sindacati, nei titoli di coda avverte che i reparti confino nelle fabbriche esistono ancora; come dire: attenzione, non sto raccontando una vicenda del passato, fine a sé stessa.

Lo stesso fa Antonio Albanese in chiusura del suo film, Cento domeniche, dedicato alla vicenda di un operaio finito sul lastrico (e quindi umiliato) a causa degli azzardi finanziari della “sua” banca, un classico istituto “di prossimità”, con filiale nel piccolo centro di provincia dove tutti si conoscono e si frequentano. La banca, abusando dell’ingenua fiducia accordata da migliaia di modesti risparmiatori, li spinge nella disperazione e arriva al punto di spezzare i legami sociali, salvo il recupero di dignità e di iniziativa che prende la forma di un’azione legale collettiva.

Albanese ci ha abituato a toni comici, ironici, a volte surreali, per raccontare tic e paradossi del nostro tempo, ma stavolta recupera panni che sono stati anche suoi – ha un passato da giovanissimo tornitore in una “fabbrichetta” – per riportare alla luce, con vena drammatica, vicende dimenticate con eccessiva disinvoltura. Anche Cento domeniche ha pescato dalla cronaca di anni recenti, per ricordare, nei titoli di coda, che i crac bancari hanno mandato in fumo miliardi, rovinando centinaia di migliaia di persone, mentre ai “pesci grossi“ si è dato il modo di salvarsi.

Era forse dai tempi di La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971) che il cinema italiano non parlava in termini così espliciti degli abusi compiuti dalle classi dirigenti sulla gente comune. È presto per dire se prenderà corpo un nuovo-vecchio filone di cinema della realtà, capace di affrontare temi fuori agenda e con punti di vista eterodossi, ma possiamo almeno dire, pensando anche ad altri (pochi) film italiani fuori dagli schemi, che stiamo assistendo a un momento di vitalità – e di verità – dei nostri cineasti.

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