Verso l’invasione di Rafah. Biden avverte Netanyahu: "Serve piano di evacuazione"

Pressione internazionale su Tel Aviv per garantire la sicurezza dei civili palestinesi. Hamas apre al negoziato per la tregua e il rilascio degli ostaggi: ma Tel Aviv si fermi.

Verso l’invasione di  Rafah. Biden avverte Netanyahu: "Serve piano di evacuazione"

Verso l’invasione di Rafah. Biden avverte Netanyahu: "Serve piano di evacuazione"

di Marta Ottaviani

La prossima stazione in questo percorso dell’orrore iniziato il 7 ottobre e dalla fine ignota potrebbe chiamarsi Rafah. Ma, se questo dovesse succedere, Israele rischia di fare saltare non solo il negoziato con Hamas, ma anche, ben più importante, lo storico asse con gli Starti Uniti. Ieri sera, durante una conversazione telefonica, il presidente Usa Joe Biden ha chiesto al premier israeliano Benjamin Netanyahu di non iniziare nessuna operazione militare a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, prima di aver messo a punto un "piano credibile e realizzabile" per proteggere la popolazione civile della città. Si tratta della prima chiamata fra i due leader da quando Biden ha detto che Israele ha esagerato nella reazione all‘attacco di Hamas del 7 ottobre scorso. Il premier israeliano, dopo aver respinto le condizioni di Hamas, che, seppur molto impegnative per Gerusalemme, avrebbero garantito un cessate il fuoco prolungato e la possibilità di avviare una lunga, tortuosa strada verso la normalizzazione, adesso si prepara a invadere. A Rafah, la città più vicina al confine meridionale di Gaza, quello con l’Egitto, in questo momento si concentrerebbe circa il 50% della popolazione dell’intera Striscia, quindi oltre un milione di persone. Secondo fonti di stampa, Israele avrebbe pronto un piano per l’evacuazione dei civili dalla zona, in modo da lasciare i terroristi di Hamas isolati dai civili. Ma non basta per frenare l’allarme che si è diffuso nella comunità internazionale.

Le Nazioni Unite, l’Unione Europea, le nazioni arabe e gli stessi Stati Uniti stanno mandando chiari avvertimenti a Israele sul fatto che colpire Rafah sarebbe considerato un vero e proprio punto di non ritorno nel conflitto. La zona, che ospita oltre un milione di persone, registra condizioni di vita sempre più precarie. Lì si radunano donne, ma soprattutto bambini, scampati ai bombardamenti e agli attacchi di terra degli ultimi tre mesi. Secondo le Ong che operano nella zona, ci sono circa 19mila minori che hanno perso almeno uno dei genitori. A questo si devono aggiungere la penuria di acqua pulita e cibo, le infezioni e le malattie che si stanno diffondendo e che riguardano soprattutto i più piccoli a indifesi e la carenza di materiale sanitario che, nonostante gli sforzi del personale medico sul posto, non è sufficiente per fare fronte alla situazione. Tutti gli ospedali di Rafah sono già ben oltre la loro capacità e ci si chiede dove potrebbero fuggire centinaia di migliaia di persone se davvero Israele decidesse di sferrare l’attacco.

Dal premier Netanyahu, arriva sempre il solito messaggio. Il numero uno di Tel Aviv ha rilasciato in poche ore due interviste a due importanti emittenti americane, nello specifico, Abc e Fox News, notoriamente vicina all’ex presidente, Donald Trump. Il riassunto è sempre lo stesso: Israele non si fermerà fino a quando Hamas non verrà sradicato dalla Striscia. Una vittoria, secondo il premier dello Stato ebraico, alla quale mancherebbe poco, ma che passa anche per l’attacco a Rafah. Questa località è l’ultima dove i palestinesi possono sperare di trovare un rifugio non potendo entrare in Egitto. Per questo motivo Washington e l’organizzazione terroristica di Hamas, la considerano un limite invalicabile. L’organizzazione terroristica ha fatto sapere che, con l’attacco a Rafah, salterebbe qualsiasi possibilità di negoziato.

Più pericoloso, per Gerusalemme, il messaggio che arriva dagli Stati Uniti. Secondo il Wahington Post, il premier Netanyahu non sarebbe più considerato "un interlocutore produttivo" dall’amministrazione Usa. Voci di corridoio, che se però diventassero ufficiali significherebbero una presa di distanza da parte americana e senza quella protezione per Israele si metterebbe molto, molto male.