Giovedì 11 Aprile 2024

Uno spiraglio per Assange. Corte di Londra: sì all’appello. Estradizione negli Usa rinviata

Ribaltato il primo verdetto sul giornalista. Il collegio inglese: l’America escluda la pena di morte

Uno spiraglio per Assange. Corte di Londra: sì all’appello. Estradizione negli Usa rinviata

La manifestazione dei sostenitori di Julian Assange fuori dall’Alta Corte di Londra

Uno spiraglio per la battaglia di Julian Assange, ma limitato, reversibile, tutt’altro che blindato. La giustizia britannica lascia accesa solo a metà, per mano dell’Alta Corte di Londra, l’ultima speranza del giornalista e attivista australiano 52enne, rinchiuso da 5 anni nella galera di massima sicurezza londinese di Belmarsh, di poter sfuggire alla procedura di estradizione negli Usa: superpotenza che gli dà la caccia senza tregua da quasi tre lustri, accusandolo di aver diffuso documenti riservati del Pentagono e del Dipartimento di Stato contenenti non poche rivelazioni imbarazzanti, anche su crimini di guerra commessi fra Afghanistan e Iraq.

Atteso per un mese dopo le due udienze di febbraio, il verdetto dell’Alta Corte ha rovesciato il no opposto in prima istanza all’ammissibilità di un estremo appello da parte della difesa del cofondatore di WikiLeaks, fissando la discussione di merito al 20 maggio. Il collegio si è tuttavia riservato di tornare sui suoi passi se le autorità americane e britanniche saranno in grado nelle prossime tre settimane di fornire "rassicurazioni" più vincolanti su una serie di garanzie.

I giudici Victoria Sharp e Adam Johnson hanno riconosciuto in effetti come non infondate soltanto una parte delle argomentazioni degli avvocati difensori sui timori per la vita e i diritti fondamentali di Assange in caso di consegna all’America. Di qui la singolare richiesta di due rassicurazioni nero su bianco: quella di non finire nelle mani del boia e quella sulla possibilità di appellarsi al Primo Emendamento della Costituzione sulla tutela della libertà di espressione. Il risultato è che per il momento vengono sospesi i termini previsti dalla procedura britannica in base ai quali – se quest’ultimo ricorso fosse stato definitivamente rigettato – l’estradizione, già autorizzata a livello politico, sarebbe dovuta diventare esecutiva entro 28 giorni. Resta comunque sullo sfondo l’incubo di un trasferimento ancora più che plausibile negli Usa, dove Julian, secondo i suoi sostenitori, rischia sulla carta una pena monstre fino a 175 anni di carcere.