Rafah sotto le bombe. Netanyahu tira dritto: "Attacchi per un mese". Hamas: l’Onu lo fermi

Decine di morti e macerie dopo i raid di Tel Aviv nel sud della Striscia di Gaza. I miliziani palestinesi chiedono la convocazione del Consiglio di Sicurezza. Il monito di Borrel (Ue): "L’operazione di terra avrebbe effetti catastrofici".

Rafah sotto le bombe. Netanyahu tira dritto: "Attacchi per un mese". Hamas: l’Onu lo fermi

Rafah sotto le bombe. Netanyahu tira dritto: "Attacchi per un mese". Hamas: l’Onu lo fermi

ROMA

Il mondo lo invita a non farlo ma Netanyahu ha fissato una agenda precisa dando all’esercito "un mese per ripulire Rafah da Hamas". Tutto deve finire prima del 10 marzo, data di inizio del Ramadan. È il timing che il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe indicato giovedì al gabinetto di guerra – secondo quanto detto da un funzionario israeliano alla Cnn e dalla tv israeliana Canale 12 – come limite massimo per sconfiggere i quattro battaglioni della fazione islamica schierati nella città più a sud della Striscia e dove da giorni Israele ha aumentato i raid aerei.

Ieri, denunciano i media internazionali, gli attacchi aerei a Rafah hanno causato la morte di 44 palestinesi, tra cui 12 bambini. L’operazione nell’ultima città nel sud della Striscia, sostengono gli israeliani, non scatterà prima dell’evacuazione dei civili. Ma considerando che a Rafah, 280mila abitanti prima della guerra, ci sono ora almeno 1,4 milioni di persone, l’evacuazione totale sembra un miraggio.

Gli Stati Uniti sono contrari all’attacco ("Ogni grande operazione a Rafah ora sarebbe un disastro e non la sosterremmo" ha detto tre giorni fa il portavoce del Consiglio di sicureza nazionale, John Kirby) e così i principali Stati arabi alleati o dialoganti con di Israele, a partire da Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Il Cairo è tornato ad avvisare il governo di Gerusalemme che "ogni spostamento di massa di palestinesi nel Sinai metterebbe a rischio il Trattato di pace del 1979 con Israele". "Un eventuale intervento militare di terra a Rafah, ultimo rifugio per centinaia di migliaia di sfollati a Gaza – ha dichiarato il ministro degli Esteri giordano Ayman Safad – porterà a un nuovo bagno di sangue e la comunità internazionale non può stare a guardare con le braccia conserte".

L’Arabia Saudita ha "condannato "con forza" il progetto israeliano di estendere l’offensiva militare a Rafah, e ha espresso "il rifiuto categorico del Regno e la forte condanna dello sfollamento forzato" degli abitanti di Gaza di fronte all’offensiva israeliana", e ha chiesto ancora una volta un cessate il fuoco immediato e la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, richiesta alla quale si è associato il Qatar.

Hamas ha fatto lo stesso. "Chiediamo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha fatto sapere Hamas – di convocare una riunione immediata e urgente per confermare la sua determinazione a obbligare l’occupazione israeliana a fermare la guerra genocida che sta commettendo contro i palestinesi a Gaza". "Un attacco a Rafah – ha detto il capo della diplomazia Ue, Josep Borrell – avrebbe conseguenze catastrofiche che peggiorerebbero la già disperata situazione umanitaria e l’insopportabile numero di vittime civili", mentre la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock, nell’annunciare una propria visita in Israele nei prossimi giorni finalizzata alla ricerca di un cessate il fuoco, ha detto che "un attacco israeliano a Rafah innescherebbe una catastrofe umanitaria annunciata". È un coro.

Ma Netanyahu – contro il quale ieri ci sono state manifestazioni dei parenti degli ostaggi e dell’opposizione in varie citta israeliane, da Gerusalemme a Tel Aviv, Haifa e B’eer Sheba – vuole tirare dritto e mettere il mondo davanti al fatto compiuto.

Alessandro Farruggia