Martedì 21 Maggio 2024
ROBERTO GIARDINA
Esteri

L'Aja e la caccia a Putin. Il percorso a ostacoli della Corte

Nata con il trattato del 1998 che non fu firmato dagli Usa e dalla Russia. In vent’anni trenta condanne

Roma, 19 marzo 2023 - I vignettisti di tutto il mondo si sono sbizzarriti nel disegnare Putin ai ceppi, il criminale di guerra dietro le sbarre. Non potrà mai accadere, a meno che l’ultimo zar non vada all’estero e si faccia arrestare, in altre parole che si costituisca. O che la sua Russia vada a pezzi, e che i suoi russi lo consegnino alla Corte dell’Aja. Il tribunale internazionale, o secondo la definizione più esatta la Corte criminale internazionale, è nata nel 1998, a Roma nella sede della FAO, dopo anni di trattative e ha cominciato i suoi lavori solo il 6 luglio del 2008.

L'ex presidente della Serbia, Slobodan Milosevic, al processo nel 2001 all'Aja
L'ex presidente della Serbia, Slobodan Milosevic, al processo nel 2001 all'Aja

L’atto costitutivo non è mai stato ratificato dalla Russia, dalla Cina e dagli Stati Uniti, cioè da tre membri permanenti su cinque del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, né da Israele, dal Sudan e dalla Libia. Gli Stati Uniti si rifiutano di far giudicare all’estero i loro cittadini, anche imputati per reati comuni. È nata per un ideale, amministrare la giustizia nel rispetto dei diritti umani, al di là delle nazioni, ma rimane una Corte politica. Per molti Paesi africani rimane il tribunale dei bianchi. Nel 2016 è uscito dalla Corte il Burundi. E anche le Filippine appena è stata aperta l’istruttoria contro Duterte, il capo dello Stato.

È un’utopia, un’illusione pensare a una giustizia al di là della politica. Per i condannati e i loro connazionali sarà sempre la giustizia imposta dai vincitori sui vinti. L’aspirazione è giusta, la realtà diversa. L’ex segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, definì la battaglia per la Corte dell’Aja "una causa per tutta l’umanità". Già dopo la Grande Guerra, i vincitori volevano processare il Kaiser Guglielmo II, l’ultimo imperatore della Germania, come criminale, non perché fosse stato il primo a ordinare l’uso dei gas asfissianti, imitato subito da tutti, ma per aver ordinato ai suoi generali: non fate prigionieri. Il Kaiser fuggì in Olanda che gli accordò asilo e rifiutò sempre di consegnarlo agli alleati.

Impossibile non ricordare il Tribunale di Norimberga che processò i capi nazisti, e assolse solo Albert Speer, l’architetto di Hitler, perché fu l’unico a dichiararsi moralmente colpevole. "Non sapevo dei lager", mi disse in una intervista dopo aver scontato vent’anni di carcere "ma se avessi voluto saperlo, l’avrei saputo". Una condanna ai capi del Reich che divenne una assoluzione indiretta per tutte le migliaia di piccoli colpevoli, responsabili a volte di crimini atroci. Ma sarebbe stato possibile un tribunale tedesco per giudicare i tedeschi?

In una ventina d’anni all’Aja sono stati condannati oltre una trentina di imputati, rare le assoluzioni. L’imputato più noto comparso in tribunale nel 2002 fu Slobodan Milosevic, il capo della Serbia, ritenuto responsabile di massacri durante la guerra nei Balcani. Non riconobbe mai la legittimità del tribunale, e morì nel marzo del 2006, a pochi mesi dalla sentenza attesa per l’estate. Un criminale paragonato a Hitler, per molti serbi ancor oggi un padre della patria. Ma nonostante i suoi limiti, la Corte nata per un’ideale, per tutelare i diritti umani, la sua nascita rimane un evento storico.