Primarie sub iudice. Stop anche in Maine: la sorte di Trump (e Usa) nelle mani dei magistrati

Il tycoon è accusato di insurrezione per l’assalto a Capitol Hill nel 2021. Seconda squalifica dopo quella in Colorado, attesa la pronuncia di 20 Stati. Sarà il verdetto della Corte suprema federale a dirimere la questione.

di Cesare De Carlo

WASHINGTON

Donald Trump, ex presidente e per la terza volta candidato alla Casa Bianca, viene colpito da un’altra ‘squalifica’. Il motivo: coinvolgimento in una insurrezione. Era il 6 gennaio 2021, assalto al Capitol Hill. E la campagna elettorale americana sprofonda sempre più nell’incertezza e nel caos.

Da una parte c’è un candidato debole e (presto) sotto impeachment per corruzione, il presidente democratico Joe Biden. Dall’altra il suo predecessore repubblicano alle prese con dozzine di grane giudiziarie. Come non ricordare Berlusconi?

ASSE DEL MALE

In mezzo c’è un’America senza leadership. E quando l’America è senza leadership o peggio, come in questo caso, è nelle mani di un personaggio impopolare all’interno e screditato all’esterno, il mondo esplode.

Logico che l’asse del male, Russia, Cina, Iran, sia tanto aggressivo. Il 2024 si annuncia ancora più tormentato del 2023.

Tornando a Trump, da ieri anche il Maine gli blocca la campagna elettorale. Una settimana fa analoga decisione era venuta dal Colorado. Altri venti Stati governati da democratici si pronunceranno presto, mentre altri ancora – e fra questi California, Minnesota, Michigan, anch’essi democratici – si oppongono al bando. Per cui sarà inevitabile l’intervento definitivo della Corte Suprema. Trump avrebbe violato la sezione 3 del 14 esimo emendamento della Costituzione.

EMENDAMENTO 14

DELLA COSTITUZIONE

Questo emendamento fu approvato nel 1865. Proibisce cariche elettive a chi "si è impegnato in una insurrezione". A insorgere fu la Confederazione (1861). Seguì la guerra civile. Vinse il nord unionista. Perse il sud confederato.

A Trump, come si sa, Biden e il suo partito rimproverano un’insurrezione. Assurdo. Trump non incoraggiò, tanto meno organizzò l’assalto al Capitol Hill, sede del Congresso. Anzi pur simpatizzando per i manifestanti, li aveva esortati a protestare pacificamente e poi a tornare a casa. Per cui non ha avuto problemi con corti federali. E anche in caso di condanna potrebbe comunque correre per la Casa Bianca.

Dalle magistrature statali invece sono venute indagini a raffica per truffe, querele, frodi fiscali.

Non va dimenticato che ci sono tante magistrature quanti sono gli Stati dell’Unione, cinquanta appunto. E nemmeno che i magistrati sono elettivi o di nomina governativa, Stato per Stato, e dunque hanno già in partenza un loro orientamento politico. Almeno da questa parte dell’Atlantico non c’è la finzione della magistratura indipendente.

CINQUANTA

LEGGI ELETTORALI

Ma ci sono anche cinquanta leggi elettorali. Ogni Stato ha le proprie regole quando si tratta di eleggere il presidente federale. Ecco perchè ogni quattro anni, i candidati si affrontano in una maratona di primarie, prima delle Convention e del voto di novembre. Il punto è questo. I democratici temono che Biden perda contro Trump. L’ultima rilevazione di Gallup (Istituto statunitense per le ricerche statistiche e l’analisi dell’opinione pubblica) lo vede in svantaggio in quasi tutti gli Stati. Di qui l’apparente accanimento giudiziario, che presumibilmente verrà vanificato dalla Corte Suprema.

STRATEGIA

DEI DEMOCRATICI

Ma i democratici sanno anche che Biden perderebbe con distacchi enormi contro un qualsiasi altro candidato repubblicano che non sia Trump. Per esempio Ron Desantis, italiano di origine, governatore della Florida, o Nikki Haley, indiana di origine, ex governatore del South Carolina.

Dunque una nuova ipotetica strategia: attaccare Trump come atto dovuto, ma con la speranza che sia lui ad avere la nomination, costringere Biden alla rinuncia e sostituirlo con un candidato più presentabile.

(cesaredecarlo@cs.com)