Martedì 28 Maggio 2024
ALESSANDRO
Esteri

Netanyahu teme l’arresto. L’ex giudice dell’Aja:: "Con prove di genocidio può essere incriminato"

Il mandato di cattura della Corte penale internazionale potrebbe arrivare a breve. Rischiano anche il ministro della Difesa Gallant e il capo di Stato maggiore Halevi. Arbia: "Giuridicamente 123 Paesi sarebbero obbligati a rispettare l’ordine".

Netanyahu teme l’arresto. L’ex giudice dell’Aja:: "Con prove di genocidio può essere incriminato"

Netanyahu teme l’arresto. L’ex giudice dell’Aja:: "Con prove di genocidio può essere incriminato"

Farruggia

Il premier israeliano Netanyahu teme che il procuratore della Corte penale internazionale possa emettere a giorni i mandati di arresto per lui, il ministro della difesa Gallant e il capo di Stato maggiore Halevi e, temendo che questo rinfocoli l’antisemitismo, sta facendo pressioni sugli Stati Uniti perché blocchino una decisione della Cpi. Abbiamo chiesto un parere alla giudice Silvana Arbia, magistrato già capo della Cancellieria della Corte penale internazionale ed ex procuratrice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda.

Come può la Cpi pronunciarsi sullo Stato di Israele che non ha aderito alla convenzione?

"La giurisdizione della Corte penare internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra si esercita perché la Palestina ha aderito allo Statuto di Roma dal 2 gennaio 2015 e la giurisdizione della Corte, per i crimini commessi in Palestina o da cittadini palestinesi, decorre dall’aprile 2015. Lo Stato di Israele è chiamato a rispondere di presunte accuse di genocidio, come richiesto dal Sudafrica, e poi c’è il livello penale contro le persone fisiche che possono essere processate dalla Corte penale internazionale. Se le prove raccolte sono ritenute sufficienti, il procuratore può chiedere un mandato di arresto anche contro un primo ministro come Netanyahu: nessuno è al di sopra della legge".

Quali sarebbero le conseguenze per chi fosse oggetto di un mandato d’arresto del Cpi?

"I Paesi che sono parte della Cpi e che sono 123, sono obbligati giuridicamente a procedere all’arresto se la persona si trova nel loro territorio. Tra i 123 stati c’è l’intera Unione Europea ma non, tra gli altri, gli Stati Uniti, la Cina, l’India, la Russia, la Turchia o l’Arabia Saudita".

Nel caso si arrivasse al rinvio a giudizio si può procedere a un processo in contumacia?

"Non è possibile processare in contumacia: c’è stata una lunga discussione su questo, ma è prevalsa la scelta di dover avere la presenza dell’imputato. Senza imputato non può avere luogo il processo".

Visto che la Cpi indaga anche sui fatti del 7 ottobre, sono possibili anche richieste di arresto per i leader di Hamas?

"Certamente, la Corte è imparziale".

Si possono ipotizzare accordi tra le parti, poniamo tra Palestina e Israele, per evitare il processo, nel caso di accordo di pace?

"No, siamo in materia penale, non sono possibili accordi simili".

Il consiglio di Sicurezza dell’Onu potrebbe, magari su risoluzione degli Stati Uniti, bloccare per un anno l’inchiesta, come previsto dall’articolo 16 dello Statuto di Roma?

"Teoricamente è possibile, con l’approvazione di una risoluzione ai sensi del capitolo VII, ma sarebbe molto grave perché significherebbe perdere le prove, per la Corte perdere indipendenza e credibilità e veder venir meno per le vittime la possibilità di trovare giustizia. Conto che non si proceda in questa direzione, come accaduto sulla richiesta Unione africana che chiedeva il rinvio ex art 16 del mandato di arresto contro il presidente del Sudan al Bashir. Alcuni studiosi ritengono che spetti comunque ai giudici della Corte valutare la validità di una risoluzione del consiglio di sicurezza".