Lotta al cambiamento climatico. Politiche inadeguate ed emissioni. Italia bocciata: tonfo in classifica

Il rapporto presentato alla Cop28: rallenta la riduzione dei gas serra e la transizione energetica non decolla. Il nostro Paese scivola dalla 29esima alla 44esima posizione mondiale. Il negoziato di Dubai senza sbocchi.

E ora viene il difficile. Alla Cop 28 di Dubai, la più elefantiaca mai realizzata, inizia la settimana decisiva, che formalmente dovrebbe concludersi già martedì ma come da tradizione proseguirà anche il giorno seguente, se non molto oltre. Il problema è che dopo il discreto inizio con l’approvazione del fondo loss and damages per i Paesi in via di sviluppo colpiti dal cambiamento climatico – fondo innovativo ma assolutamente su base volontaria e del tutto sottofinanziato – sui punti essenziali non c’è accordo. In particolare non c’è sulla questione chiave delle parole da usare nel documento finale: riduzione graduale (phase down) o eliminazione graduale (phase out) delle fonti fossili: di mezzo c’è un mondo (e una marea di soldi).

Mentre le delegazioni (e i 2.406 lobbisti delle fonti fossili) si perdono in incontri infiniti, tra aule e corridoi, inizia la sarabanda di testi negoziali, che comunque sempre parole rimarranno, perché a Dubai non si deciderà nulla di vincolante e non ci saranno nuovi impegni volontari di riduzione delle emissioni, la società civile fa quelle classifiche che non verranno dal global stocktake il tanto atteso bilancio globale della Cop28 su quanto fatto sinora nella lotta al cambiamento climatico.

A dircelo è il rapporto annuale di Germanwatch, CAN e New Climate Institute, realizzato in collaborazone con Legambiente. Fa il bilancio della performance climatica di 63 paesi (90% delle emissioni) e non assegna le prime tre posizioni perché non c’è Paese che ne sia degno. L’Italia scende dal 29°al 44° posto, perdendo ben 15 posizioni. Un risultato raggiunto soprattutto per il rallentamento della riduzione delle emissioni climalteranti (37° posto) e per una politica climatica nazionale (58° posto ) "inadeguata a fronteggiare l’emergenza" L’attuale aggiornamento del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) punta infatti a un taglio delle emissioni entro il 2030 del 40,3% rispetto al 1990. Un passo indietro rispetto al 51% previsto dal PNRR. La linea dell’italia è quella di privilegiare obiettivi raggiungibii senza elevato impatto sociale, come si è visto sulla direttiva carburanti nella quale siamo difensori dei biocarburanti e indirettamente dei motori termici, e quella sugli edifici. Su quest’ultima il Parlamento EU e il Consiglio hanno infatti raggiunto l’accordo nel trilogo e l’Italia ha premuto per rendere meno ambiziosi gli obiettivi.

In testa alla classifica di Germawatch troviamo con il quarto posto la Danimarca. La Cina, maggiore responsabile delle emissioni globali, rimane stabile al 51° posto dello scorso anno. Gli Stati Uniti, secondo emettitore globale, si posizionano al 57°posto. Meglio fanno India e Germania (14°) insieme all’Unione Europe (16°). Emirati Arabi Uniti (65°) ed Arabia Saudita (67°) chiudono la classifica.

Non a caso il presidente della COP28, l’emiratino al Jaber che è anche presidente della Adnoc, la società petrolifera degli Emirati, prima ha negato che la richiesta di eliminazione graduale dei ’fossili’ avesse basi scientifiche (affermazione sulla quale ha dovuto fare una clamorosa marcia indietro) e ancora ieri premeva per una riduzione graduale e non una eliminazione graduale delle fonti fossili. A questo serve una COP a Dubai, dopotutto. A rallentare il processo. E pazienza per il clima.