Martedì 18 Giugno 2024
MARTA OTTAVIANI
Esteri

La Turchia al bivio. Nel cuore di Istanbul che snobba le elezioni: “Siamo sfiduciati”

A poche settimane dalle presidenziali, sul Bosforo regna la disillusione. I curdi potrebbero essere l’ago della bilancia: "È l’ora della democrazia".

I risultati delle scorse elezioni presidenziali turche

I risultati delle scorse elezioni presidenziali turche

Istanbul (Turchia), 24 aprile 2023 – Manca meno di un mese a una elezione che tutti definiscono "storica", eppure in Turchia nessuna campagna elettorale è stata sotto tono e discreta come questa. Pochi cartelloni elettorali in giro, poche bandierine dei vari partiti a fare capolino nei quartieri di Istanbul, ma, soprattutto, poca gente che vuole parlare del voto che il 14 maggio prossimo potrebbe mandare a casa Recep Tayyip Erdogan, che detiene il potere da oltre 20 anni e che è il creatore indiscusso, nel bene e nel male, della Turchia come la conosciamo oggi.

La megalopoli sul Bosforo è come accarezzata dal clima ovattato del Ramadan. I turisti non mancano e, alla fine del mese sacro, è previsto il tutto esaurito nelle località più turistiche della Mezzaluna. Eppure, manca qualcosa. Per la precisione, l’iperattivismo del popolo turco, che si esprime in tanti modi, anche il voler raccontare quello che succede nel loro Paese. Stavolta, invece, la voglia di raccontare cosa succederà a maggio è davvero poca e i motivi religiosi non c’entrano. I turchi temono per l’economia e si avverte una sfiducia generale nella classe politica come non si sentiva da tempo.

I negozianti del Gran Bazar e i tassisti sono fra gli interlocutori principali per tastare il polso del Paese. Per loro, questa volta il presidente Erdogan rischia di grosso. "Ha perso completamente il contatto con il suo popolo – ammette Yildiz, che ha una bottega nella parte più antica del grande mercato coperto di Istanbul –. Io in passato l’ho votato, ma questa volta ci devo pensare. Non è più in grado di venire incontro ai bisogni del popolo turco come faceva un tempo. Le famiglie fanno fatica ad andare avanti, l’inflazione è sopra il 50% e c’è una parte intera di Paese da ricostruire".

Il terremoto che ha devastato il sud-est della Turchia e il Nord della Siria è ancora ben presente nella quotidianità. In ogni angolo si vedono manifesti pubblicitari che invitano la gente a donare a favore delle popolazioni colpite dal sisma. Qualcuno cerca anche di guadagnarci sopra e nei negozi si vedono in vendita borse adatte a ospitare un kit di emergenza o altri oggetti legati a una possibile attività tellurica di forte impatto. Del resto, uno studio recentemente condotto da un’università turca, ha dimostrato che, in caso di una scossa di terremoto pari a quelle che si sono verificate a Gaziantep e Kahramanmaraş, verrebbe giù oltre la metà degli edifici, anche quelli costruiti più di recente, ossia quando Erdogan era già al potere.

Certo, se il presidente in carica dovesse rivincere, questa volta difficilmente sarà a furor di popolo. Anche perché, a meno di un mese dal voto, gli unici che hanno voglia di parlare sono quelli dell’opposizione. Yasin ha un piccolo negozio nella parte asiatica della città, a Kadikoy, dove, storicamente, il Chp, la formazione repubblicana e laica in cui milita il principale sfidante di Erdogan, Kemal Kilicdaroglu, è da sempre il primo partito. "Credo che questa volta – spiega – davvero in molti abbiamo capito che Tayyip non è in grado di guidare questo Paese. Si è arricchito a spese nostre, ha instaurato un clima di terrore. Finché l’economia funzionava, molti turchi se lo sono fatto andare bene. Ma stavolta è finita". E, in effetti a Kadikoy, si respira già quasi un’aria se non di festa, sicuramente dell’uscita da un tunnel durato troppo a lungo. Ma è troppo presto per cantare vittoria. Se si torna nella parte europea e si va in distretti particolarmente conservatori come Fatih o Bagacilar dal rosso del Chp si passa al giallo dell’Akp, il partito di Erdogan.

Di mezzo, c’è un ago della bilancia con il quale stavolta la Turchia sembra costretta a fare i conti: i curdi. La minoranza rappresenta circa il 10% degli aventi diritto al voto ed è orientata a votare Kilicdaroglu. In una elezione giocata fino all’ultima preferenza, le loro scelte avranno un peso a cui poi dovrà corrispondere un premio politico. "Per Tayyip è la fine – dice ridendo Ahmet, curdo e di professione tassista –, si lamentano tutti i turchi che carico. La Turchia stavolta ha due grandi possibilità, non solo liberarsi di Erdogan, ma anche diventare un Paese pienamente democratico, riconoscendo la nostra minoranza". Fra il dire il fare, c’è di mezzo il mare. Nel secondo caso anche l’oceano.