Il ministro e l’atomica. Sospeso da Netanyahu. Ma ’Bibi’ ormai è solo

Il ministro Eliahu ha sollevato una tempesta di reazioni con la sua proposta di una soluzione radicale per la questione di Gaza, compresa l'ipotesi di una soluzione atomica. Netanyahu ha cercato di correre ai ripari, ma Hamas ha reagito con trionfo. La sinistra israeliana è rimasta sbigottita nel vedere l'Occidente schierarsi con Hamas.

Per la questione di Gaza occorre una soluzione radicale: "Anche una atomica?". "Potrebbe essere una delle soluzionI". Un breve scambio di battute fra un intervistatore di una piccola emittente religiosa e il ministro per la tradizione ebraica Amichay Eliahu (del partito di estrema destra ‘Potere ebraico’) ha sollevato una tempesta di reazioni, in Medio Oriente e anche in Occidente. Il premier Benyamin Netanyahu ha cercato di correre ai ripari ordinando la sospensione del ministro dalle sedute di governo "fino a nuovo ordine". Lui ha replicato che "era solo una metafora". Hamas ha reagito con un tono trionfante: "Lo dicevamo da tempo che Israele progetta per noi un genocidio". Ma le dichiarazioni non erano ancora terminate. Gaza dovrebbe essere "cancellata dalla carta geografica", ha detto il deputato di ‘Potere ebraico’ Yitzhak Kreuzer. E lo stesso Eliahu si è pronunciato per la colonizzazione ebraica di Gaza, una volta sgominato Hamas. Questi alleati di governo rappresentano un problema non trascurabile per Netanyahu che nei sondaggi è molto in ribasso. Otto israeliani su 10 affermano che dovrebbe dimettersi (o subito, o dopo la guerra) in quanto responsabile del traumatico ‘7 ottobre’: l’attacco a sorpresa di 3.000 commando di Hamas di fronte a linee israeliane sguarnite, con cittadine e kibbutz rimasti alla loro mercé per molte ore.

Una Pearl Harbor. Ma mentre Netanyahu ha chiarito che non pensa affatto a dimettersi e che a suo parere i responsabili di quella falla sono i vertici militari e l’intelligence, la sinistra israeliana non ha ancora la sensazione di trovarsi in una situazione più favorevole. È rimasta sbigottita nel vedere nelle capitali occidentali forze dichiaratamente di sinistra schierarsi con un movimento "integralista, reazionario, militarista ed opprimente del suo stesso popolo" come Hamas. Con umori del genere, ha affermato una esponente progressista israeliana, la sociologa Eva Illouz, "non abbiamo piu’ una lingua comune". Nei kibbutz di frontiera – un tempo in prima linea fra i pacifisti – si è intanto sparsa la voce che fra i saccheggiatori delle loro case ci fossero manovali impiegati in passato per sfamare le loro famiglie a Gaza. Il sospetto è che abbiano passato informazioni a Hamas. Infine nei movimenti di sinistra si solleva la questione se la formula dei ‘Due Stati’ abbia ancora un valore qualsiasi quando Hamas ha chiarito che "dopo il 7 ottobre ce ne saranno altri". Ossia che ormai il conflitto non è più una questione di spartizioni di terre fra il fiume Giordano ed il Mediterraneo, ma un confronto all’ultimo sangue con un "integralismo islamico ormai pronto a tutto".