Giovedì 18 Aprile 2024

Il carabiniere in missione: "Io a Gerusalemme alla ricerca del dialogo tra i due popoli in lotta"

Il colonnello Polito da novembre è nel centro dei negoziatori voluto dagli Usa "I rapporti umani sono fondamentali in una situazione così delicata".

di Beppe

Boni

Mentre Gaza brucia con migliaia di morti e Rafah è sotto pressione, la grande paura è che il Ramadan appena iniziato si trasformi, come avverte il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, nella seconda fase di Hamas dopo il massacro del 7 ottobre. A Gerusalemme il momento è delicatissimo. Nello United States security coordinator, centro di coordinamento internazionale a guida americana a cui prendono parte diversi Paesi, ci sono anche due ufficiali italiani dei carabinieri che gli Stati Uniti hanno voluto come mediatori e negoziatori tra Israeliani e palestinesi. Sono il colonnello Giuliano Polito (foto) e il tenente colonnello Giampaolo Carparelli, entrambi già formati con esperienze in Medioriente.

Colonnello Polito da quanto tempo siete a Gerusalemme?

"Dal 17 novembre, quando gli Usa hanno chiesto al governo italiano la presenza di ufficiali specializzati dei carabinieri da inserire nell’organismo di coordinamento tra le forze di sicurezza israeliane e palestinesi. Il comandante è un generale di corpo d’armata americano, ma comprende una coalizione di Paesi fra cui Canada, Inghilterra, Olanda, noi italiani e altri".

Che clima si respira?

"Data la situazione di Gaza la tensione si tocca con mano, ad ogni ora del giorno e della notte. I recenti attentati al check point di Gerusalemme e Nablus dimostrano che i pericoli sono quotidiani. Sul volto delle persone non c’è più il sorriso. La speranza della gente normale è che la guerra finisca presto".

La società soffre dal punto di vista economico?

"Il turismo è drasticamente calato. Mancano lavoratori perché gran parte della manodopera proveniva dalla Palestina mentre ora ci sono più difficoltà negli accessi, soffrono moltissimo il commercio, tante attività dal novembre scorso hanno chiuso senza più riaprire, anche se c’è voglia di ripartire".

Esiste traffico di armi?

"Non si possono assolutamente escludere traffici di armi e quindi, anche su questo fronte, l’esigenza di controllo e sicurezza è una priorità".

Quali i rischi di disordini per il Ramadan?

"C’è grande preoccupazione. Già adesso da parte israeliana sono state poste molte restrizioni per l’accesso alla moschea".

Qual è il compito specifico di voi carabinieri?

"Nell’ambito dell’organismo internazionale io sono consigliere strategico nella Direzione forze di polizia, il mio collega con lo stesso ruolo nella Direzione operazioni. Siamo advisor. Fra le altre cose raccogliamo informazioni dai rapporti forniti da Israele e l’autorità palestinese, oltre che da fonti aperte sul territorio, cioè le persone. Le valutiamo per produrre un risultato che può essere di carattere investigativo o organizzativo. È ciò che a noi, insieme a colleghi di altri Paesi, chiede il comando americano. Così si determinano pure le linee strategiche dei piani addestrativi delle forze di polizia locali".

Lei è anche negoziatore.

"Cerchiamo di migliorare le forze di sicurezza palestinesi verso un orientamento di polizia di prossimità, come in Italia. Cerchiamo di insegnare la teoria del maresciallo dei carabinieri che nel territorio conosce tutti e parla con tutti. In questo modo si acquisiscono informazioni che altrimenti non arriverebbero normalmente alle forze dell’ordine. Significa quindi cercare di essere vicini alla popolazione, capire le situazioni e interpretarle".

È un equilibrio difficile?

"Teniamo equidistanza tra le parti che fra di loro dialogano con fatica, ma con noi parlano. Questa è l’attività di mediazione. Israele ha l’esigenza di mantenere la sicurezza e di avere la Palestina sotto controllo".