Giovedì 18 Aprile 2024

Salviamo anche le donne vittime di Hamas

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Inbal Natan Gabay, portavoce dell’Ambasciata di Israele in Italia

Tante le donne israeliane ancora prigioniere di Hamas

Tante le donne israeliane ancora prigioniere di Hamas

La Giornata internazionale della donna, che celebra le conquiste sociali, economiche, culturali e politiche delle donne, è stata celebrata in tutto il mondo con eventi, conferenze, festival e spettacoli. In Israele, tuttavia, quest’anno la Giornata internazionale della donna è stata commemorata ma non celebrata. Gli eventi del 7 ottobre hanno sollevato molte domande sulla condizione delle donne, sul rapporto tra le problematiche femminili e le priorità politiche e, soprattutto, sulla solidarietà globale per le vittime di genere femminile.

In quel giorno terribile, migliaia di terroristi hanno invaso più di 30 comunità nel sud di Israele. Hamas li aveva addestrati a uccidere, torturare e rapire israeliani e a prendere di mira soprattutto donne e ragazze per violentarle e mutilarle sessualmente. Alla fine della stessa giornata, oltre 1.200 persone erano state uccise e 253 uomini, donne e bambini erano stati rapiti e portati a Gaza. Oltretutto intere famiglie sono state torturate e bruciate nelle loro case. I ragazzi che partecipavano al festival musicale Nova sono stati braccati per ore. Molti hanno subito abusi sessuali indicibili. La stragrande maggioranza delle vittime dei crimini sessuali di Hamas, tra cui stupri di gruppo, non è sopravvissuta per raccontarlo. L'uso dello stupro come arma è un crimine di guerra e può essere considerato un crimine contro l’umanità. Ispirandosi ai gruppi islamisti radicali suoi simili, tra cui l'ISIS in Siria e Boko Haram in Africa, Hamas ha utilizzato la violenza sessuale come tattica per umiliare, tormentare e infine sconfiggere una popolazione civile fiaccandone l’animo.

Eppure, sorprendentemente, in tutto il mondo troppi soggetti rilevanti - tra cui organizzazioni internazionali, presunti gruppi per i diritti umani, istituzioni accademiche e gruppi di donne nati per dare voce alle vittime di violenza sessuale - si sono rifiutati di prendere le difese delle vittime israeliane. Se il loro clamoroso silenzio non fosse già abbastanza, è seguita una vera e propria negazione dei crimini di Hamas, nonostante i molteplici resoconti di fonti indipendenti e altamente credibili. La negazione si è rapidamente evoluta in colpevolizzazione delle vittime, annullando qualsiasi progresso compiuto dal movimento #MeToo. Inconcepibile per qualsiasi persona razionale e morale, alcuni hanno persino espresso solidarietà con gli aggressori giustificando le loro azioni.

Alla luce di questi abusi nei confronti delle donne israeliane, quest’anno abbiamo scelto di non celebrare la Giornata internazionale della donna come un momento di festa. A differenza degli anni precedenti, non sono stati celebrati i numerosi risultati raggiunti da Israele sulla strada dell’uguaglianza di genere e nemmeno sono state discusse le sfide da affrontare.

Invece, come è accaduto ogni giorno dal massacro del 7 ottobre, l’8 marzo il nostro pensiero è stato rivolto alle nostre sorelle tenute prigioniere a Gaza, costrette dai crudeli terroristi di Hamas a vivere nelle condizioni più orribili che si possano immaginare.

Eppure, da questo immenso oceano di tenebre, sono emersi tenui bagliori di luce e di ispirazione. Pur essendo state le donne e le ragazze le più a rischio durante gli assalti terroristici di quel giorno, abbiamo anche osservato la forza e la determinazione delle donne israeliane. Giovani e anziane hanno combattuto con coraggio per la propria vita e per salvare le proprie famiglie. Altre sono state in grado di salvare se stesse e i propri figli dalle atrocità, o di guidare le truppe che hanno respinto i terroristi muniti di armi pesanti nei pressi delle comunità israeliane e delle basi dell’esercito. Sebbene Israele abbia sempre avuto la leva obbligatoria sia per i maschi che per le femmine e le donne abbiano ricoperto posizioni chiave nell’esercito, non è un segreto che molti ruoli militari non fossero a loro accessibili. Ora, dopo le iniziative incredibilmente coraggiose delle donne israeliane il 7 ottobre e in seguito come soldatesse e riserviste, la questione delle donne che servono in ruoli di combattimento non è più in dubbio.

Poi ci sono i silenziosi atti di coraggio che possono passare inosservati ma che sono altrettanto lodevoli. Le madri che hanno saputo tenere insieme le famiglie dopo essere state evacuate dalle comunità di confine cinque mesi fa, i sopravvissuti al Nova Festival che stanno dimostrando un’incredibile forza d’animo nel ricostruire le loro vite, le mogli che lottano quotidianamente mentre i loro mariti sono in missione, e le madri che pregano mestamente augurandosi che non si bussi alla loro porta per annunciare la tragica notizia che il proprio figlio è stato ucciso in combattimento.

L’elenco è infinito, ma deve certamente includere gli ostaggi di Gaza, come le donne chehanno sacrificato le loro riserve di cibo per sfamare i propri figli e altri giovani ostaggi separati dai loro genitori. Meritano di essere menzionate le donne che sono state liberate ma che, invece di concentrarsi sulla propria guarigione, lottano per la libertà dei loro mariti, figli e fratelli che sono ancora nei tunnel di Hamas. E non dobbiamo dimenticare le donne che sfidano l’ira dei rapitori per cercare di sostenere le loro sorelle che continuano a subire violenze sessuali a Gaza. I nostri cuori sono tristi perché giovani donne e madri sono ancora prigioniere di Hamas. Il mondo deve unirsi a noi nel far risuonare il loro grido e le associazioni femminili internazionali devono essere in prima linea nella lotta per la loro liberazione. È compito di tutti noi contribuire a riportare a casa queste donne. I crimini che sono stati commessi il 7 ottobre e che vengono ora compiuti nei tunnel di Gaza sono una questione di urgente preoccupazione non solo per le donne israeliane, ma per ogni donna. Quando la comunità internazionale, il mondo accademico e i movimenti femminili rimangono in silenzio di fronte all’uso tattico della violenza sessuale, o cercano di giustificarla con affermazioni politiche o ideologiche perverse, legittimano lo stupro come arma terroristica. Stanno mettendo in pericolo le donne di tutto il mondo. Questo deve cessare.

*Consigliere politico e portavoce dell’Ambasciata d’Israele in Italia