Martedì 16 Aprile 2024

Gaza, l’ufficiale medico italiano: "Quei bambini strappati all’inferno della Striscia. Li abbiamo fatti rinascere"

Stroppa in missione sulla nave ospedale Vulcano ha soccorso centinaia di feriti. "Avevano fratture e corpi dilaniati. Erano zombie, sono stati zitti per giorni"

Roma, 10 marzo 2024 – Ora che sono lontani dal fragore delle bombe dopo averli portati via dall’inferno di Gaza, curati, assistiti, oggi li sentono come figli, nati due volte. I volti di quei piccoli, così tanti, così devastati nel fisico e nel morale restano immagini indelebili. Sulla nave ospedale Vulcano della Marina militare in missione nella Striscia, ormeggiata per un mese nel porto egiziano di Al Arish a 20 chilometri dal valico di Rafah, c’erano medici e infermieri dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e della Fondazione Rava. Hanno lavorato con i colleghi di Egitto e Qatar. "È stata una missione speciale che non scorderemo mai", racconta con una increspatura di emozione il tenente colonnello medico dell’Esercito Valerio Stroppa (nella foto), in servizio all’ospedale militare del Celio di Roma, ortopedico specializzato nella chirurgia della mano.

Il personale militare della nave ospedale Vulcano
Il personale militare della nave ospedale Vulcano

Quanti bambini avete evacuato da Gaza?

"Circa un centinaio, da poco più di un anno di vita a 16 anni, accompagnati dai familiari per chi li ha ancora, o da persone a loro vicine. Tutti rimasti feriti in seguito ai bombardamenti o affetti da gravi patologie anche oncologiche".

Dove si trovano adesso?

"Sono stati ricoverati al Rizzoli di Bologna, la più piccola ha solo 14 mesi, gli altri al Gaslini di Genova, al Bambin Gesù di Roma e a Milano. Altri ancora sono stati accolti in Egitto e in Qatar".

Come arrivavano sulla nave i bambini?

"Con traumi psicologici enormi. Sembravano zombie, erano terrorizzati, non parlavano per almeno due giorni. Vedere ancora le divise dei soldati per loro era traumatico. Bisognava conquistarne la fiducia per poterli visitare e operare. Bastava offrire loro patatine, caramelle, parlare sorridendo e giocare".

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Giocare?

"Certo, alcuni in segno di riconoscenza ci hanno donato disegni fatti da loro. E per noi medici militari abituati al soccorso di soldati e adulti feriti come in Afghanistan, Libia, Iraq è stata un’esperienza umana molto forte".

Lei li ha incontrati di nuovo in Italia?

"Lo farò, per adesso ne ho sentiti alcuni attraverso gli interpreti. Qui sono al sicuro. Ogni telefonata ci scalda il cuore di gioia".

Arrivavano anche bimbi soli?

"Ricordo una ragazzina di 12 anni arrivata con il fratellino più piccolo. Non avevano più nessuno. Hanno perso cinque fratelli, papà e mamma".

È vero che a bordo è nata una bimba?

"Ce l’abbiamo fatta grazie al personale ostetrico della Rava e del Qatar. La mamma è una ragazza di 26 anni che accompagnava una bimba di 3 arrivata con una gamba amputata alla coscia. La signora dopo poco ha avuto le doglie e abbiamo fatto nascere la piccola. L’ha voluta chiamare Ilin Italia, come riconoscenza al nostro personale".

Che interventi avete fatto?

"Abbiamo ricostruito tendini, sistemato fratture, effettuato interventi di microchirurgia della mano, io stesso mi sono specializzato a Modena, operazioni chirurgiche all’addome e al torace per ferite da schegge o da schiacciamento".

Tutti gli interventi sono andati a buon fine?

"Sì, anche i più gravi. Eravamo disperati quando arrivò un bambino di sette anni colpito da un ordigno, con l’addome completamente aperto. Ora si sta riprendendo. Altri avevano arti fratturati, il corpo dilaniato. C’è un caso che ci ha colpiti più di altri".

Racconti.

"È arrivata una signora di 30 anni paralizzata alle braccia. Le abbiamo liberato i nervi in un arto e impiantato un nervo nell’altro. Stava preparando la cena quando una bomba ha fatto crollare la casa. Lei era viva ma con le braccia bloccate e non ha potuto far nulla per il nipote ferito. L’ha visto morire sotto i suoi occhi".