Venerdì 19 Aprile 2024

Bosnia nell’Ue, c’è l’accelerazione: "Ma è solo una mossa anti-Putin". L’analista: la guerra non è mai finita

La Commissione raccomanda al Consiglio di avviare i negoziati. Von der Leyen: "Progressi impressionanti". Fruscione (Ispi) è scettico: nel Paese convivono due entità autonome, di cui una influenzata da Mosca

Roma, 12 marzo 2024 – La guerra in Bosnia non è mai finita. A 29 anni dall’Accordo di Dayton si combatte con i mezzi della politica. Le parole, ad esempio. Come quelle, impegnative, pronunciate ieri dalla presidente della Commissione europea. "Da quando le abbiamo concesso lo status di candidato (dicembre 2022, ndr ), la Bosnia ed Erzegovina ha compiuto progressi impressionanti nella nostra direzione", sostiene Ursula von der Leyen. Ed è per questo che il Consiglio Ue è stato sollecitato ad aprire i negoziati di adesione.

A spingere questa accelerazione, però, non sono la lotta alla corruzione e la gestione della migrazione chieste da Bruxelles, bensì il fantasma di Vladimir Putin. "È un mero calcolo geopolitico fatto dalla Commissione dopo l’invasione dell’Ucraina", sostiene Giorgio Fruscione, analista dell’Istituto di politica internazionale che si occupa di Balcani.

Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin

Storicamente la Russia ha una grande influenza nell’area. E ancora oggi può giocare ottime carte. Bosnia e Serbia, ad esempio, sono strettamente dipendenti dal gas e dal petrolio di Mosca. Inoltre, la Russia continua a sostenere la causa e gli interessi nazionali di Belgrado, come la volontà di rimettere le mani sul Kosovo. Infine, c’è il soft power, che pesa anche da queste parti, dove la popolarità dello zar mantiene livelli alti. Insomma, secondo il ricercatore dell’Ispi, il Cremlino "può ostacolare il processo di adesione all’Unione europea".

Quanto all’integrazione nazionale, il cammino per Sarajevo è ancora molto lungo. Bosniacchi, croati e serbi, i tre popoli costituenti, sono sostanzialmente separati in casa. Al di qua della frontiera convivono due entità amministrative quasi del tutto autonome: la Federazione della Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. "Metà del territorio e un terzo della popolazione – spiega Fruscione – sono strettamente legati alla Russia, quindi manca una politica estera comune".

Per chi valgono, dunque, le parole di von der Leyen? "Solo per lo Stato centrale", risponde l’analista, il quale descrive un sistema che non funziona. "E il problema resterà strutturale", sentenzia nella previsione di un "continuo stallo geopolitico che renderà impossibile l’adesione all’Ue".

Allargando lo sguardo all’intera regione dei Balcani, il teatro bosniaco resta quello più incandescente insieme con il Kosovo. Ma una guerra come quella degli anni Novanta appare improbabile. Lo studioso mette in fila le ragioni: "Mancano budget militare, convenienza politica per le leadership locali e sostegno diplomatico internazionale, perché neppure la Russia ha l’intenzione di impegnarsi". Le tensioni, tuttavia, restano. Anzi, "paradossalmente la situazione diventa molto più preoccupante".

Dopotutto, argomenta Fruscione, "le élite politiche che determinarono la guerra tengono ancora oggi le redini di Sarajevo". "La matrice nazionale e la retorica nazionalista – prosegue – continuano a rappresentare l’architrave del sistema partitico, il processo di riconciliazione non si è mai compiuto". Convivono più memorie del conflitto, quindi non si è mai formata un’identità politica unitaria. "Non è un caso se nella Costituzione è assente l’aggettivo bosniaco-herzegovese", nota l’analista. Quella carta fu scritta a Dayton nel 1995. Allora le parti non siglarono un trattato di pace, ma un armistizio. Una tregua. La guerra è solo congelata.