Mercoledì 24 Aprile 2024

La guerra del petrolio

Alberto Clò (il resto del carlino)

Alberto Clò (il resto del carlino)

Roma, 5 gennaio 2016 - I RISCHI di un precipitare della crisi – per ora solo politica – tra i due maggiori Stati islamici del Medio Oriente, Arabia Saudita e Iran, hanno avuto un immediato impatto sui mercati del petrolio anche se, almeno sinora, molto contenuto e non tale da prefigurare sentimenti di panico sui mercati. Mentre scriviamo, il prezzo infra-giornaliero del greggio di riferimento americano WTI è aumentato nella prima giornata di negoziazioni del 2016 rispetto alla chiusura del 2015 del 3,4% a 37,76 dollari/barile, mentre quello europeo, il Brent, del 2,4% a 38,12 dollari/barile, livelli comunque inferiori di poco meno di un terzo rispetto a quello di un anno fa. Trarne frettolose conclusioni è comunque prematuro. Le ragioni di questo incredibilmente basso ‘risk premium’, sembrerebbero (il condizionale è d’obbligo) ricondursi a due ordini di ragioni.

PRIMO: il convincimento, o meglio la speranza, che traspare da molti commentatori internazionali che la crisi non degeneri in un aperto conflitto, da cui nessuno trarrebbe vantaggio. Perché difficilmente sopportabile, in assenza di supporti esterni, sia dall’Arabia Saudita, che sta attraversando grosse difficoltà economiche per il crollo delle entrate petrolifere, sia dall’Iran che, presumibilmente, vedrebbe svanire la possibilità di un’eliminazione delle sanzioni che proprio dall’inizio del 2016 avrebbero dovuto allentarsi specie nel settore petrolifero, per consentirgli una ripresa della produzione delle esportazioni, e di poter recuperare 100 miliardi di dollari congelati all’estero. Seconda ragione, venendo alle vicende petrolifere, la situazione di relativa abbondanza d’offerta con una capacità inutilizzata intorno ai 3 milioni barili/giorno (per lo più concentrata in Arabia Saudita) e la possibilità che un aumento dei prezzi possa avere un immediato effetto rialzista della shale production americana, che già nel passato biennio ci aveva messo al riparo dalle molteplici crisi geopolitiche internazionali.

A CIÒ si aggiunga una consistenza delle scorte petrolifere molto elevate a livello mondiale e il basso livello stagionale della domanda. Fattori che sinora paiono aver prevalso nei sentimenti della comunità petrolifera internazionale ma che non possono certamente darsi per acquisiti, specie in relazione a quel che accadrà ai flussi di produzione dell’Arabia Saudita, poco oltre i 10 milioni barili/giorno, pari ad oltre un decimo dell’intera produzione mondiale, per la maggior parte concentrati nelle provincie orientali del paese a maggioranza sciita, da cui era originario l’imam giustiziato Nimr al-Nimr.

Un’escalation delle tensioni con l’Iran potrebbe intaccare questi flussi anche in assenza di un aperto conflitto con l’Iran. Della cui possibilità e delle cui conseguenze – non essendoci limite al peggio – è meglio nemmeno scrivere, nella speranza che l’intera comunità internazionale abbia ad adoperarsi per evitare che dalla guerra delle parole si passi a una guerra guereggiata.