Un Paese normale merita più garanzie

È del tutto evidente che negli ultimi trent’anni la fisiologica dinamica e la leale dialettica nei rapporti tra il potere giudiziario e quello politico in senso lato sono saltate

L’Italia non tornerà a essere un Paese normale fino a quando non si troverà un equilibrio ordinato e funzionalmente efficace tra politica e giustizia.

È del tutto evidente che negli ultimi trent’anni la fisiologica dinamica e la leale dialettica nei rapporti tra il potere giudiziario e quello politico in senso lato sono saltate. Con plateali invasioni di campo e altrettanto sproporzionate reazioni da entrambi i lati. Tant’è che negare l’esistenza dello scontro aperto e del conflitto carsico permanente può essere solo una forma di ipocrisia istituzionale, che non aiuta certo a capire e risolvere i nodi della aggrovigliata questione.

Le parole distensive e le formule retoriche che pure si ascoltano lasciano, in realtà, il tempo che trovano e come abbiamo visto durano lo spazio di un mattino. Lo snodo è, invece, tutto di merito e genuinamente politico. Da un lato varrebbe la pena evocare i Padri costituenti e la Costituzione non in maniera unilaterale e solo se e quando l’evocazione è funzionale alla propria tesi. E, dunque, forse non è peregrina la considerazione che vede nella eliminazione delle guarentigie dei parlamentari, volute dai costituenti, avvenuta per il furore giustizialista di Tangentopoli, un vulnus mai più sanato.

Dall’altro lato, il processo di panpenalizzazione della vita associata, per cui si affida alla magistratura penale la soluzione di ogni problema economico, sociale e politico (come ha fatto anche questo governo) non fa altro che far tracimare e debordare il potere giudiziario.

Dunque, la ricerca di un equilibrio nuovo e ordinato non può che passare anche dalla riconsiderazione di garanzie per la politica e di capacità di non attribuire più alla magistratura funzioni pervasive e di supplenza senza limiti.