Sabato 15 Giugno 2024

Vestiti di soia e di ortica tinti con il vino: la moda di domani

Vestiti di soia  e di ortica  tinti con il vino:  la moda di domani

Vestiti di soia e di ortica tinti con il vino: la moda di domani

UN SAPERE ARTIGIANO che coniuga tradizione e innovazione e che, tra impasti colorati e vasche di infusione, diventa storia. Una storia lunga due secoli e che attraversa sei generazioni. E’ il 1838 quando lungo la costa degli Dei, nel centro storico di Tropea, il capostipite Silvestro, pioniere del settore, comincia a lavorare i tessuti, tingendoli con le erbe. Da allora i Cutuli si tramandano, di padre in figlio, i segreti di produzione, la loro arte e sapienza. È il maestro tintore Claudio Cutuli, calabrese di nascita ma umbro d’adozione dai tempi dell’Università a Perugia, ad ereditare l’abilità, paziente e ostinata, del trisavolo. È lui, da quarant’anni alla guida dell’omonima azienda, ventitré dipendenti e un fatturato in continua crescita, a farla decollare nel mercato internazionale. Ora la maison Cutuli, realtà imprenditoriale d’eccellenza che esporta in tutto il mondo una vasta gamma di accessori tessili tra sciarpe, stole e mantelle, annovera tra i suoi clienti celebrities di tutto il mondo. Le sue sciarpe sono indossate da Johnny Depp, Zucchero, Victoria Beckam, tanto per fare qualche nome.

Ci accoglie, Claudio Cutuli, nella sua casa di Bevagna, nel cuore dell’Umbria, tra viti, ulivi e fertili campi di grano. E ci racconta la sua moda etica e sostenibile. "Come ho cominciato? Dall’osservazione e dalla pratica diretta. Non avevo ancora compiuto diciott’anni e al ritorno da scuola, guardando mio nonno lavorare, ho avuto la curiosità di provare. Ho preso una pezza di tessuto e l’ho lasciata in infusione per un’intera notte. Mi davano del pazzo, a casa. Il giorno dopo, l’ho spazzolato con una striglia per cavalli. Colore non uniforme e aspetto vissuto. Non sapendolo, avevo creato un capo ‘vintage’".

Lei si è specializzato nella colorazione naturale dei capi, ricavando proprio dalla natura gli ingredienti per tingere i filati. Quante tinture utilizzate?

"Sono circa una trentina. Sono tinture ottenute da piante, radici, foglie, fiori, cortecce, frutti. Abbiamo scelto di non utilizzare coloranti chimici ma solo pigmenti naturali ricavati da sostanze organiche. Quali? La cipolla rossa di Tropea, il mallo di noce, le foglie di menta piperita, le bucce di melograno, le bacche di sambuco. Poi c’è la curcuma, la robbia tintoria, lo zafferano, l’ibisco, la camomilla dei tintori, il guado. E perfino il vino Sagrantino".

Qual è il colore più difficile da ottenere?

"Il nero, direi".

E il più richiesto?

"Sicuramente il blu, che otteniamo dal guado".

Come avviene la tintura dei tessuti?

"Generalmente i filati, prima della tintura, vengono sottoposti a mordenzatura, un pretrattamento che fissa le molecole di colorante alle fibre. Poi, dopo ventiquattr’ore, si procede all’ammollo in acqua del tessuto, in vecchie vasche d’argilla, riempite di soluzioni colorate. I pigmenti sono disciolti in acqua calda tra i 40 e i 60 gradi".

Anche i mordenti sono naturali?

"Ovviamente. Utilizziamo, a seconda dei casi, allume di rocca o allume di potassio. E i filati? Lavoriamo fibre naturali come il cotone, la lana, il cachemire, la seta, il lino. E perfino la soia e l’ortica. Tessuti e coloranti green, ecosostenibilità e attenzione al Pianeta".

Quale impatto hanno questi fattori sul prezzo finale del prodotto?

"Cominciamo col dire che risparmiare non significa spendere poco. A determinare il prezzo dei nostri prodotti, oltre alle materie prime, contribuiscono anche i costi della produzione, tra macchinari e lavorazione. Ovvio che gli articoli ecosostenibili costino di più rispetto a quelli delle grandi catene del fast fashion. È un mercato di nicchia, certamente. Un mercato su cui però val la pena scommettere. Non si può continuare ad attentare all’ecosistema naturale. Pensi che l’industria dei tessuti e della moda è la sesta attività produttiva che più incide sulle emissioni di gas serra. Occorre adottare un nuovo paradigma: consumare meno, consumare meglio".

C’è ancora spazio per la manifattura artigiana nell’economia della conoscenza?

"Il mondo sta cambiando molto rapidamente e bisogna percorrere nuove rotte. Credo che la manifattura di qualità sia il futuro. I consumatori sono sempre più orientati alla personalizzazione. E l’utilizzo di fibre, ma soprattutto di tinte naturali, rende tutti i capi dei pezzi unici".

I giovani sono interessati a questa figura di neo-artigiano, così come lei l’ha tracciata?

"C’è ancora molta diffidenza verso la manualità. Come se le abilità tecniche fossero strutturalmente di serie B rispetto alle conoscenze teoriche. Eppure saper manipolare la materia è una competenza rara. Si impara facendo. Si impara dagli errori. E dalle soluzioni agli errori".

Tornando al mercato, ha notato una certa riconoscibilità territoriale negli acquisti?

"Sì, le scelte d’acquisto dei consumatori sono correlate alla loro provenienza geografica. Le faccio un esempio: gli americani amano le tinte sobrie, lo stile effortless chic, elegante senza sforzo. I giapponesi prediligono i modelli corti, uno stile minimal. Anche i francesi sono attratti da capi basici, anche se ad essi aggiungono sempre qualcosa di creativo".

E lei, qual è il suo stile?

"Io finisco sempre per vestire di nero, anche se un colore che adoro è il rosso della robbia naturale, che vira verso il ciliegia".

Il prossimo traguardo?

"L’inserimento in azienda delle mie due figlie, Francesca e Sveva, che si sono già cimentate con le sfide del settore".