Poste, il controllo resta allo Stato: "Non scenderemo sotto il 35%"

Anche Ferrovie, Eni ed Enel nel dossier sulla riorganizzazione delle partecipazioni

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti

Avanti con le privatizzazioni. Ma forse, più realisticamente, dovrebbero essere chiamate "vendite" di pacchetti azionari, magari consistenti, ma che conservano il controllo delle aziende nelle mani pubbliche. È toccato ieri al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiarire il perimetro dei 20 miliardi di dismissioni che sono previsti, nei prossimi tre anni, per ridurre il debito italiano. Si comincerà con Poste, sia pure senza "nessuna fretta" e in base "alle condizioni di mercato".

Un fatto è però certo: lo Stato conserverà la quota di controllo dell’azienda, senza scendere al di sotto del 35%. In sostanza, potrebbe essere ceduto una parte de pacchetto di circa il 29% di proprietà del Mef, più o meno il 13%. Mentre Cdp, sempre controllata dal Mef, dovrebbe conservare le sue attuali quote. Secondo gli analisti di Intermonte, l’incasso per lo Stato dalla vendita di una quota potrebbe oscillare tra un minimo di 1,7 miliardi di euro, nel caso in cui sul mercato andasse il 13,26% del capitale (lasciando in mano pubbliche il 51%), e un massimo di oltre 3,5 miliardi, qualora lo Stato vendesse l’intera quota del 29,26% detenuta direttamente dal Mef.

Ma non basta. L’operazione Poste avverrà nell’ambito di una più ampia "riorganizzazione delle partecipazioni pubbliche" in cui il governo valuterà se vendere o meno asset non essenziali o quote di altre società, mantenendo però il controllo di quelle strategiche. Nel menu, oltre a Poste, ci sarebbero anche le quote delle Ferrovie, altra aziende solidamente controllata dallo Stato. E forse, qualche ritocco anche delle quote di Eni ed Enel. Ma il tutto avverà evitando "svendite", aspettando le "condizioni più favorevoli del mercato" e nel rispetto "dei piccoli azionisti", fanno sapere dal dicastero di via Venti Settembre.

Ma le privatizzazioni annunciate dal governo hanno innescato nuove polemiche politiche. Con la leader del Pd, Elly Schlein che ha accusato ieri esplicitamente l’esecutivo di aver avviato una "svendita" degli asset strategici del Paese. Di tutt’altro avviso il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che assicura: "L’Italia non è in vendita, valorizzeremo i nostri beni per ridurre il debito pubblico". Preoccupati, infine, i sindacati, che hanno chieso un incontro urgente al ministro Giorgetti e all’amministratore delegato di Poste, Matteo del Fante, per fare il punto della situazione e rassicurare i lavoratori.

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