Ci giochiamo tutto sulla riuscita del Piano Mattei

Il piano strategico per la costruzione di un nuovo partenariato tra Italia e Stati del Continente africano pone le basi per un rapporto win/win uscendo dalla logica coloniale

Roma, 19 gennaio 2024 – È di pochi giorni fa la conversione in legge del Dl Piano Mattei, che istituisce una cabina di regia, presieduta dal presidente del Consiglio, e una struttura di missione, necessaria per la messa a terra della strategia. Poco ancora si sa rispetto a cosa conterrà questo Piano, ma Giorgia Meloni ha anticipato nella conferenza stampa di inizio anno che il G7 italiano e la Conferenza Italia-Africa saranno le prime occasioni nelle quali potrà emergere qualcosa in più. Vedremo. In ogni caso, l’approvazione del Dl, il cui iter è iniziato nella primissima parte della legislatura, è un segno delle serie intenzioni del Governo.

La premier Giorgia Meloni (Ansa)
La premier Giorgia Meloni (Ansa)

Ciò che vale la pena sottolineare oggi è lo spirito. Per dirla come si potrebbe dire in azienda, è un rapporto win/win che si vuole instaurare con l’Africa, uscendo dalla vecchia logica coloniale, superando l’assistenzialismo e le donazioni senza controllo. E qui viene il difficile. Perché costruire collaborazioni di questo tipo implica ascolto della “controparte”; significa essere disponibili a mettere in discussione i propri progetti o, meglio ancora, lasciare che i contenuti della collaborazione emergano dal dialogo con i paesi Africani. Per dirla in modo più diretto: non ci si può rapportare con gli altri paesi partendo esclusivamente dalle nostre esigenze, limitandoci a verificare cosa si può fare e cosa no, contrattando poi sulle condizioni economiche. Per dirla con le parole di uno dei padri del management aziendale, Stephen Covey: “cercare di lavorare insieme su soluzioni che allarghino la fetta di torta piuttosto che impegnarsi a mangiare l’unica fetta presente.”

Mi pare un tema rilevante perché il rischio è di appiattire nuovamente tutto sui temi della transizione energetica, come in parte è stato fatto qualche anno fa nel disegnare il Pnrr. Non che sia sbagliato partire dalle nostre esigenze, come i nuovi accordi di approvvigionamento con l’Algeria o il progetto in Tunisia che prevede la costruzione di una linea di connessione elettrica con l’Italia, ma – appunto – non si può partire solo da quello che potrebbe essere utile all’Italia (e all’Europa) altrimenti si ricade inevitabilmente nella logica coloniale. Ciò di cui ha bisogno l’Africa è sviluppo, e lo sviluppo proviene innanzitutto dalla risposta a bisogni reali e primari. “Non c’è nulla di più inutile che una risposta a una domanda che non si pone” chiosava Reinhold Niebuhr.

Si tratta di fare i conti con infrastrutture legate alla sopravvivenza delle persone, come quelle idriche, fognarie e sanitarie. In seconda battuta, c’è il tema educativo e formativo. Sul primo fronte, sarà fondamentale, anzi credo inevitabile, un approccio sussidiario, sostenendo e incentivando l’allargamento delle realtà di volontariato già presenti nei territori da decenni, che muovendosi senza interessi commerciali, rappresentano il miglior interlocutore. Su questo, necessario è un coordinamento con la Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo.

Il secondo è di fatto un nuovo fronte da aprire: le poche fortunate persone che riescono ad andare a scuola non hanno poi modo di essere formate, di imparare una professione e l’unica loro speranza continua ad essere quella di lasciare il loro paese. Su questo aspetto c’è la sfida più ambiziosa: il coinvolgimento delle aziende italiane (e magari anche europee) a investire in Africa, offrendo formazione e posti di lavoro. Ad oggi in Africa, la stragrande maggioranza delle persone istruite, oltre a saper guidare un’auto non ha potuto imparare molto di più. Paradossalmente, nutrire ed educare “soltanto” porta a una enorme quantità di disoccupati, quindi di povertà e di nuovi rischi di instabilità e violenza (nell’ultimo anno si è arrivati a una decina di colpi di Stato). Da questo punto di vista, è un buon indizio la presenza all’interno della cabina di regia del Piano Mattei di soggetti quali Cassa Depositi e Prestiti, Sace e Ice. Le aziende, infatti, non sono filantropi, e non possono muovere investimenti in Africa senza un incentivo o comunque una copertura da parte dello Stato (e, sarebbe il caso, dell’Unione Europea).

Inutile dire, su questo, che il settore più indiziato è quello agroalimentare, non solo per l’enorme estensione territoriale, ma anche perché risponderebbe sia ai bisogni primari sia a quelli di crescita professionale, che insieme porterebbero sviluppo, l’unico fattore che può garantire il diritto a non emigrare che – un certo Karol Wojtyla ricordava – dovrebbe essere riaffermato prima ancora del diritto a emigrare.

La posta in gioco del Piano Mattei, insomma, è davvero alta. Anzi, con la riuscita del Piano Mattei ci giochiamo tutto, non solo e non tanto in termini di soluzione della crisi migratoria ma soprattutto rispetto agli attuali “movimenti” strategici geopolitici che grandi attori dello scacchiere internazionale, come Russia e Cina, stanno portando avanti, anche nel continente africano. Ormai dagli anni 2000 il maggior importatore per l’Africa non è più la Francia ma la Cina. Sul fronte russo, diverse sono le azioni, comprese quelle militari, come la nuova base in Sudan. Da questo punto di vista, la responsabilità dell’Italia e aggiungo nuovamente, non a caso, dell’Europa, è gigantesca, perché solo un approccio che mira allo sviluppo di entrambi i continenti – o, meglio delle persone di entrambi i continenti – può evitare il peggio.

Molto sinteticamente, ma anche molto efficacemente, come recita un vecchio motto di un importante ente di volontariato attivo in Africa e in tutto il mondo, si tratta di “condividere i bisogni per condividere il senso della vita”. Solo l’Europa, grazie alle sue radici, può comprendere e attuare una collaborazione del genere e tutti sappiamo quanto ce ne sia bisogno. Un grande in bocca al lupo quindi al Governo e una bella tirata alla giacchetta dell’Ue, affinché sostenga un autentico Piano Mattei.

*Vicepresidente associazione Labora 

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