Pensioni di 4 generazioni a confronto

Il confronto fatto da Moneyfarm, società di consulenza finanziaria indipendente

Pensioni a confronto

Pensioni a confronto

Roma, 6 febbraio 2024 – La pensione di quattro generazioni di italiani di oggi (di 30, 40, 50 e 60 anni) messa a confronto da Moneyfarm, società di consulenza finanziaria indipendente con approccio digitale, in collaborazione con Smileconomy. Con l’elaborazione di un caso di studio ad hoc su 8 profili di uomini e donne italiani, pari a 3.182.376 abitanti (poco più del 5% della popolazione) che nel corso del 2024 compiranno 30, 40, 50 e 60 anni (ovvero i nati nel 1994, 1984, 1974, 1964) e che andranno in pensione tra il 2031 e il 2062 (M30, M40, M50, M60, F30, F40, F50, F60).

Per quanto riguarda la pensione pubblica: per quel 53% di occupati in queste fasce d'età, rappresentativi di 1.694.007 lavoratori, l’età di pensionamento va dai 65 anni e 6 mesi dei cinquantenni fino ai 68 anni dei trentenni; la stima dei valori delle pensioni medie nette oscilla tra gli 881 euro delle donne cinquantenni e i 1.282 euro degli uomini sessantenni, con una media complessiva per gli 8 profili di 1.125 euro netti al mese; i tassi di sostituzione percentuali cadono a picco per le nuove generazioni, passando dal 66% di coloro che oggi hanno 60 anni al 46% per le donne che compiranno 30 anni nel 2024. Purtroppo, i dati raccontano come l’obiettivo di poter contare sull’80% del proprio stipendio al momento della pensione appartenga al passato; per il valore della pensione è stata considerata la curva media di evoluzione dei redditi nel tempo dei lavoratori dipendenti del settore privato.

La forbice tra uomini e donne è significativa, nell’ordine del 17%-18% per le donne trenta-quarantenni e del 21%-22% per le cinquanta-sessantenni, con una media del 19,7%; l’effetto della forbice salariale si esprime sul valore della pensione, soprattutto al crescere dell’età, con differenze comprese tra il 14% e il 26%, con una pensione media di 1.256€ per gli uomini e di 994€ per le donne, equivalente ad una forchetta del 26%; le stime sono addirittura ottimistiche rispetto agli scenari del mercato del lavoro, perché ipotizzano continuità lavorativa dai 25 anni fino al momento della pensione.

Le stime assumono la permanenza della legislazione corrente, elemento non scontato se si considera l’orizzonte temporale lungo e le pressioni sul sistema previdenziale; le simulazioni usano l’andamento reddituale dei lavoratori dipendenti; è ragionevole stimare che per i lavoratori autonomi i valori della pensione pubblica possano essere più bassi, in quanto basati su redditi imponibili mediamente inferiori e su una minore aliquota contributiva, oltre che su carriere più discontinue; le stime non riguardano gli inattivi o i disoccupati, che possono verosimilmente aspettarsi un assegno ancora più basso.

Per quanto riguarda la pensione integrativa: tra i lavoratori occupati del campione (1.694.007), quelli con un fondo pensione sono poco più di un terzo (35%), circa 595.862 iscritti, con una pensione integrativa media ottenibile in futuro di 263 euro netti al mese. Per gli uomini è di 290 euro, per le donne di 235 euro, con una forbice del 23%; gli uomini trentenni di oggi che hanno già iniziato a contribuire potranno ottenere 432 euro netti al mese; il problema è che solo il 30% dei trentenni lavoratori e il 22% delle trentenni lavoratrici analizzati ha oggi un fondo pensione.

Sommando previdenza pubblica e complementare: dei 3.182.376 cittadini (inclusi anche gli inattivi e i disoccupati) nati negli anni presi oggetto di indagine, solo il 19% ha un fondo pensione e potrebbe garantire complessivamente 1.387 euro netti al mese; il 35% del campione non ha un fondo pensione e potrebbe quindi contare solo della pensione pubblica, di 1.125 euro netto al mese; un 7% di inoccupati potrebbe avere un fondo pensione, ma probabilmente ha smesso di versare; il restante 39% potrà sostenersi solamente con pensioni già in erogazione o altre forme assistenziali.  

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