Mercoledì 29 Maggio 2024
EMILY POMPONI
Economia

Migrazione sanitaria, la fuga al nord degli italiani per curarsi vale 5 miliardi

La crisi del Sistema sanitario nazionale. Carenza di medici, liste d’attesa infinite, infrastrutture obsolete: chi risiede al sud va alla ricerca di una prestazione sanitaria migliore al settentrione, anche per piccoli interventi e preferendo il privato. E le famiglie si indebitano

Roma, 6 maggio 2024 - Il fenomeno della migrazione sanitaria cresce in Italia: è quanto riferisce l’ultimo report Adoc ed Eures che, come riporta Il Messaggero, evidenzia una diseguaglianza sanitaria sempre più marcata tra nord e sud e la debolezza del Sistema sanitario nazionale. Questa fuga oggi vale 5 miliardi di euro, e fuori regione si contano 19 milioni di prestazioni; una prestazione ogni tre abitanti che conferma alcune regioni come Lombardia ed Emilia Romagna capoliste del settore sanitario. Ecco tutti i dettagli.

Migrazione sanitaria in Italia (foto di archivio)
Migrazione sanitaria in Italia (foto di archivio)

La migrazione sanitaria

È il termine con cui si definisce questa mobilità sanitaria interregionale che spinge gli italiani residenti al sud a raggiungere le migliori strutture ospedaliere a settentrione. Le motivazioni principali di questo viaggio sanitario includono l'accesso a cure specialistiche non disponibili nella propria regione, la carenza di strutture sanitarie adeguate o la scarsa accessibilità delle stesse, liste di attesa infinite, carenze di posti letto o di medici, infrastrutture obsolete. Senza contare tutte quelle donne che si spostano per cure specifiche legate alla salute femminile, come il tumore al seno o all'utero, o complicazioni legate alla gravidanza.

Le regioni più ambite

In testa troviamo la Lombardia. Qui in 129mila hanno scelto le strutture private come l’Humanitas di Rozzano, dove circa il 15,7% dei pazienti è di Napoli e dintorni. Seguono l’Emilia Romagna (105mila) e il Veneto (59mila). Curioso il caso del Lazio, scelto da 51mila persone: strutture come il Bambin Gesù viene scelta principalmente dai cittadini calabresi per cure pediatriche, mentre chi risiede nel Lazio se ne va al nord a curarsi. Completano la classifica: Toscana (42), Piemonte (37), Liguria (24), Campania (21), Puglia (20), Marche (18), Abruzzo (18), Trento e Bolzano (14), Umbria (14), Friuli (13), Molise (12), Basilicata (10), Sicilia (8), Calabria (4), Sardegna (3), Val d’Aosta (2).

La crisi del pubblico

Mancato ricambio generazionale, pochi fondi, disorganizzazione: è chiaro che il Sistema sanitario nazionale sia sempre più carente. Come riporta il Messaggero, dal 2012 al 2022 gli ospedali al sud sono diminuiti oltre la media nazionale, con un’offerta di posti letto di 3,5 posti ogni mille abitanti, contro i 3,8 del centro e i 4 al nord. E la conseguenza è che gli italiani, per curarsi, virano verso il privato. Il confronto tra Ssn e strutture private è sempre più netto. Il report evidenzia come, ad esempio, il 22,4% delle strutture pubbliche non rispetta i tempi per gli interventi gravi e che, invece, andrebbero effettuati entro 30 giorni. Ritardo che invece per il privato si ferma al 12,2%. Poi c’è il problema del ricambio generazionale: i camici bianchi tra i 65 e i 74 anni sono il 275% in più rispetto al 2013.

Quanto costa ai cittadini?

Per cercare prestazioni migliori gli italiani si indebitano. Stando ai dati forniti dal report, gli italiani hanno speso nel 2022 quasi 37 miliardi di euro, oltre 110 euro a famiglia (il 17% in più rispetto al 2012). Il problema è che non tutti possono permettersi i costi del privato, e per questo ricorrono alle finanziarie. Si conta che nel 2023 le famiglie italiane abbiano richiesto prestiti finalizzati per cure sanitarie per un totale di oltre un 1 miliardo di euro. C’è poi il lato più terribile di questo bilancio già di per sé amaro: circa 4,5 milioni di persone rinunciano alle cure perché non possono accedere neanche al finanziamento.

Il ruolo delle istituzioni

In Italia, oltre al ricambio, servirebbero circa 100mila assunzioni in tutto il settore sanitario; il tutto unito a un compenso adeguato. Il report denuncia anche come i lavoratori del pubblico siano scesi dello 0,7%in meno rispetto al 2022 (625mila dipendenti, +1,3% sul 2021). D’altro canto, i contratti flessibili sono cresciuti del 56,8% tra il 2021 e il 2022, superando gli infermieri del 150%. Come spiega la presidente di Adoc, Anna Rea, la situazione è critica. “Serve uno sforzo da parte di Stato e Regioni, anche perché la spesa sanitaria rispetto al Pil è prevista in calo e le risorse messe in campo non sono riuscite a compensare gli aumenti dei costi dovuti all’inflazione”.