"Investire e in fretta: così Ancona risponderà alla crisi"

COME UN SASSO lanciato nello stagno, la crisi del Mar Rosso sta producendo riverberi di varia intensità sull’economia mondiale. A...

"Investire e in fretta:  così Ancona risponderà alla crisi"

"Investire e in fretta: così Ancona risponderà alla crisi"

COME UN SASSO lanciato nello stagno, la crisi del Mar Rosso sta producendo riverberi di varia intensità sull’economia mondiale. A cascata, il collo d’imbuto che si è creato nello stretto marittimo più trafficato al mondo sta producendo conseguenze economiche di rilievo, soprattutto nel bacino Mediterraneo fino ad arrivare all’Adriatico e ai suoi operosi porti. Alberto Rossi (nella foto), navigato imprenditore dell’ambito portuale, ad Ancona gestisce le sue molteplici attività, dalle merci ai passeggeri, da oltre trent’anni. Rossi, che vento è?

"Non buono, con una tendenza al peggioramento. Eppure...".

Eppure?

"È proprio in momenti come questi che bisogna sapersi destreggiare. La mia esperienza da skipper me lo insegna tutti i giorni. Ricordo il dramma della pandemia, da cui si pensava che non saremmo più usciti, nella migliore delle ipotesi con le ossa rotte, invece siamo andati oltre quell’onda così alta. Ce la faremo anche stavolta".

Restando sull’attualità, il blocco del mar Rosso nel golfo di Aden e il cambio traumatico delle rotte commerciali quali problematiche vive stanno causando ai porti adriatici?

"Come tutte le analisi, fatte nel brevissimo periodo, gli effetti della contrazione sono poco significative, ma è scontato che produrranno degli effetti negativi, in particolare sui porti adriatici, a gioco lungo, le conseguenze saranno più impattanti rispetto, ad esempio, a quelli tirrenici che possono contare su altre rotte commerciali rispetto a quelle dal Far e Middle-East, soprattutto sui container che sono principali nel nostro bacino. Diciamo che loro hanno più paracaduti".

Restringendo il piano di osservazione, Ancona sta subendo quei riverberi negativi?

"Per quanto riguarda la nostra azienda, i dati aggiornati al 20 gennaio scorso, sul fronte dell’arrivo delle navi, non hanno mostrato grossi sbalzi in riferimento allo stesso periodo del 2023, ma il settore container sta soffrendo e soffrirà ancora di più. Le conseguenze sono diverse. Il livello dei noli è cresciuto molto, si tratta di un semplice calcolo matematico: le navi percorrono itinerari molto più lunghi, i container hanno rotazioni inferiori, dunque i servizi sono meno frequenti. La messa in linea di più navi, consentirà di ripristinare le stesse frequenze".

Cosa fare, tecnicamente, davanti a questi limiti imposti?

"Mettendo più navi in circolazione ad esempio anche se servirà tempo per far riprendere gli stessi giri al sistema".

Se l’instabilità marittima nel Mar Rosso finisse oggi, quanto tempo servirebbe per ripristinare tutto come prima?

"Poco o nulla, le navi hanno le eliche e potrebbero ripristinare le rotte preesistenti in brevissimo tempo, con benefici immediati".

Secondo lei sta avendo più impatto lo shock della crisi politico-militare mediorientale, dunque con il blocco dei transiti navali, oppure la guerra di logoramento in Europa con l’aggressione russa dell’Ucraina?

"L’invasione dell’Ucraina e l’impatto sul Mar Nero hanno avuto conseguenze nettamente inferiori sul porto di Ancona rispetto alla crisi attuale. A soffrire è stato solo l’ambito siderurgico".

Dall’ordine mondiale alla sfera locale, ma con uno sguardo d’insieme privilegiato. Cosa deve fare il porto di Ancona, un porto naturale lo ricordiamo, per limitare i contraccolpi e restare vivo?

"Mettere in campo provvedimenti immediati in grado di mitigare gli effetti negativi. Servono reazioni urgenti".

Appunto, i fatti, quale, secondo lei, deve essere il focus su cui insistere?

"La priorità di breve, immediato periodo sono i dragaggi dei fondali. Se ne parla da tempo, ma negli ultimi anni poco si è fatto per arrivare a un pescaggio idoneo in grado di poter accogliere navi mercantili sempre più grandi. Proprio la crisi del Mar Rosso ce lo insegna, le grandi compagnie di navigazione oltre alla frequenza punteranno anche su navi più capaci e Ancona non può farsi trovare impreparata".

Il Prg del porto di Ancona, vecchio di quasi quarant’anni, dovrebbe essere rimpiazzato da un documento aggiornato, ma in ogni caso alla voce ‘fondali’ cosa prevede?

"Il limite dei fondali dello scalo dorico è di 14 metri, oltre non può andare stando alle caratteristiche delle sue banchine. Le correnti, i movimenti di sedime e così via col tempo hanno prodotto dei cambiamenti su quel livello, al punto che oggi siamo a poco più di 10 metri, in media 10,20 metri, ossia al limite di guardia davvero massimo".

Quale il rischio di un mancato intervento in tal senso?

"Innanzitutto di perdere grandi opportunità di sviluppo. Dragare i fondali al momento è la priorità assoluta. Nei bilanci le risorse per effettuare un intervento ci sono, glielo dice uno che è stato all’interno del Comitato portuale dal 1996".

A settembre partono i lavori per l’uscita dal porto verso la grande rete stradale, il cosiddetto ‘Ultimo Miglio’, una buona notizia no?

"Buonissima. Mi lasci dire, alla presentazione dell’affidamento del cantiere, la settimana scorsa, sono rimasto impressionato dalla pragmaticità mostrata da Anas e Regione Marche nell’esporre la cronologia dell’intervento, le coperture finanziarie. In tre anni l’opera sarà pronta e avrà un enorme impatto positivo".

In una scala di priorità, dopo il dragaggio dei fondali, lei cosa mette?

"I lavori sulle banchine in generale, specie quelle commerciali della nuova darsena".

Regione e Autorità portuale, inoltre, pensano in grande, nello specifico al progetto della ‘penisola’, lei cosa ne pensa?

"Stiamo parlando del porto del futuro. Il sottoscritto più di vent’anni fa, glielo dimostro con alcune mie interviste dell’epoca, fu il primo a dire che serviva sviluppare quel piano. Purtroppo quelle carte sono state messe e tolte più volte dal cassetto. In tanti hanno rivendicato il copyright, ma nei fatti soltanto adesso il progetto sta andando verso la concretezza".

Qualcuno solleva il fatto dei tempi di realizzazione dell’opera, ipotizzando dieci anni e forse più, hanno ragione?

"Il fattore ‘tempi’ è un alibi per non fare le cose. La grande diga di sovraflutto, sotto il profilo ingegneristico un’opera enorme, è stata fatta in 3-4 anni. Credo che la ‘penisola’ possa seguire quell’esempio. Si può fare, vietato nascondersi".

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