Giovedì 20 Giugno 2024
BRUNO ANTONIO MIRANTE
Economia

Jobs act, cosa ha portato dal 2014 a oggi: i dati (e le polemiche politiche)

Per i sostenitori la misura varata nove anni fa dal governo Renzi ha rilanciato l’occupazione; per i detrattori ha invece aumentato la precarietà. Cosa dicono i numeri

Qual è stato l'effetto del Jobs Act sul mercato del lavoro? Ecco i dati

Qual è stato l'effetto del Jobs Act sul mercato del lavoro? Ecco i dati

Roma, 25 maggio 2024 – Per i suoi sostenitori, il pacchetto di riforme del mercato del lavoro noto come Jobs Act, varato dal governo Renzi tra il 2014 e il 2016, ha prodotto l'effetto di rilanciare l’occupazione dopo la crisi economica del 2011. Al contrario, secondo i suoi detrattori tali misure non hanno fatto altro che aumentare la precarietà e l’insicurezza dei lavoratori italiani.

La campagna referendaria lanciata dalla Cgil per chiedere l'abrogazione del Jobs Act, mostra in tutta la sua evidenza, anzitutto all'interno del Partito democratico, la polarizzazione del dibattito tra favorevoli e contrari. Tutti i leader del centrosinistra, a cominciare dalla segretaria Pd Elly Schlein, hanno firmato a sostegno dei quattro quesiti referendari proposti dal sindacato. Schlein, tuttavia, ha lasciato libertà di scelta agli iscritti al partito. Un passaggio dovuto se si considera che la folta pattuglia di ex renziani (e non solo) del Pd non firmerebbe mai per l'abrogazione di norme che furono il risultato di scelte profonde ma condivise come l'abolizione dell'articolo 18. Il referendum si propone di cancellare anzitutto il contratto a tutele crescenti. Ovvero quella tipologia di contratto a tempo indeterminato, ma senza la prospettiva del reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Il Jobs Act ha sostituito il reintegro con un indennizzo crescente con l’anzianità di servizio.

Nel frattempo, il contratto a tutele crescenti è stato prima rivisto da un intervento del governo Conte Uno – che ha aumentato l’indennizzo massimo in caso di licenziamento da 24 a 36 mesi della retribuzione precedente – e poi da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha ritenuto “non inadeguata la tutela indennitaria. Attualmente al lavoratore illegittimamente licenziato all'esito di una procedura di riduzione del personale spetta un'indennità, non assoggettata a contribuzione previdenziale, di importo pari al numero di mensilità, dell'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, determinato dal giudice in base ai criteri indicati da questa Corte nella sentenza n. 194 del 2018, in misura comunque non inferiore a sei e non superiore a trentasei mensilità”.

Guardando ai numeri e mettendo a confronto gli occupati del 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del contratto a tutele crescenti, con quelli del 7 marzo 2024 si registra un aumento di 1,8 milioni. In nove anni il tasso di occupazione è salito al 62%. Record storico per l'Italia, ma anche uno dei più bassi d’Europa. Dati a cui fa da contro altare il recente rapporto annuale dell'Istat che individua negli ultimi venti anni un aumento di oltre un milione di precari. Sempre secondo Istat, nello stesso periodo, si contano anche 1,4 milioni di occupati stabili in più. I precari sono giovani under 34, gli occupati solo over 50. Una tendenza che prescinde anche dal Jobs Act ma che è il risultato delle politiche del lavoro messe in campo dai vari governi che si sono succeduti.