Che cos'è l'italian sounding? I casi più clamorosi

La pratica commerciale che danneggia il Made in Italy ed inganna i consumatori: a cosa stare attenti e quando è illegale

Italian sounding (iStock Photo)

Italian sounding (iStock Photo)

Roma, 5 gennaio 2024 – L’Italia è universalmente riconosciuta come un Paese i cui prodotti agroalimentari sono sintomo di qualità e affidabilità. Sono questi i mantra del successo del Made in Italy, da sempre certificato dell’italianità di un prodotto e della sua prelibatezza. Un brand così importante fa gola, è proprio il caso di dire, ai molti che ne sono sprovvisti, tanto che sempre più spesso si assiste nel mondo al cosiddetto fenomeno dell’italian sounding, ovvero un subdolo tentativo di imitazione dei prodotti nostrani.

Tale fattispecie viene posta in essere in maniera truffaldina da parte delle aziende agroalimentari estere ed ha il principale obiettivo di far passare un prodotto per italiano, quando in realtà non lo è. Inutile dire che questa forma di commercio vada a penalizzare i prodotti italiani, rischiando anche di svilire la validità al marchio del Made in Italy.

Italian sounding, cos’è

Per comprendere a pieno il concetto di Italian sounding è necessario intenderlo come un vero e proprio tentativo di imitazione dei prodotti italiani, con le aziende estere produttrici che si avvalgono dell’utilizzo di espressioni lessicali che rimandano all’italianità per far credere ai propri clienti che il prodotto che stanno acquistando sia stato fatto in Italia. Così non è. Ecco dunque che sul packaging del prodotto potrebbe esserci la bandiera tricolore o il disegno del Bel Paese, così come delle espressioni italiane famose in tutto il mondo. Resta il fatto, però, che quel prodotto non ha nulla a che fare con la produzione agroalimentare nostrana. Il fenomeno colpisce soprattutto alcune categorie di prodotti specifici, quali:

- formaggi; - pasta; - sughi per la pasta; - pomodori pelati e conserve; - olio d’oliva e aceti; - salumi; - vino; - pizze surgelate.

Il giro d’affari che ne deriva, purtroppo per l’Italia, è enorme. Solo negli Stati Uniti il finto Made in Italy vale, secondo le stime, circa 23 miliardi dollari, con la cifra che sale a 100 miliardi se intesa a livello mondiale.

Come riconoscere l’Italian sounding

I tentativi di imitazione dei prodotti italiani sono diversi, anche se ci sono una serie di elementi comuni che vengono solitamente adottati e che possono fungere da campanello d’allarme per i consumatori. Un primo elemento tipico è l’utilizzo di nomi, espressioni e parole italiane sulle confezioni, molto spesso ricorrendo anche a storpiature di quelle più conosciute all’estero. È il caso, ad esempio, dei vini Barollo, Montecino e Vinoncella, fake del Barolo, del Montalcino e del Valpolicella. Anche i nomi dei brand possono trarre in inganno: marchi come i formaggi Belgioioso e Progresso o le conserve di pomodoro Scalfani e Cento, di italiano hanno soltanto il nome, con la produzione che è tutta nei soli Stati Uniti d’America.

Spesso, l’italian sounding, si ottiene anche utilizzando delle denominazioni nostrane tradotte nella lingua del Paese in cui si sta effettuando l’acquisto. Ecco quindi che, ad esempio, il Grana Padano o il Parmigiano Reggiano, diventano Parmesan, Parmesao o Regianito.

Un altro grande classico di questo tipo di imitazione commerciale del Made in Italy è l’utilizzo del tricolore sulla confezione dei prodotti o di immagini molto evocative del Bel Paese, come la Torre di Pisa o il Colosseo. Infine, molte aziende che praticano l’Italian sounding, sono solite utilizzare aggettivi come Italian o sostantivi come Italy per far credere che un prodotto sia originario di questo o quel territorio dello Stivale.

Italian sounding, quando è illecito?

La grande diffusione dell’Italian sounding è figlia soprattutto di un legge internazionale molto permissiva sul tema. Tale pratica, infatti, è da considerarsi illecita soltanto quando si verifica una violazione diretta o indiretta di una indicazione geografica protetta o possa essere la fonte di un inganno del consumatore in merito alla provenienza del prodotto.

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