Martedì 16 Aprile 2024

Il Giappone alza i tassi d’interesse, non accadeva dal 2007. Ecco perché

La Banca del Paese del Sol Levante pone fine all’era dei tassi negativi e a un trend ribassista che l’ha contrassegnato dalla Grande Recessione del 2007

Il Giappone alza i tassi di interesse (iStock Photo)

Japanese yen bank note

Roma, 20 marzo 2024 – Cambia il vento a Tokyo. Il 19 marzo, la Banca del Giappone ha impresso una svolta alla gestione monetaria del Paese del Sol Levante, ponendo fine all’era dei tassi d'interesse negativi e a un trend ribassista del costo del denaro che durava dai tempi della Grande Recessione del 2007. Viene così archiviata, forse definitivamente, la strategia della Abenomics promossa dal leader più iconico del Paese, l’ex premier Shinzo Abe assassinato a Tokyo due anni fa. Il tasso d’interesse sarà ora compreso tra lo 0 e lo 0,1%. Dal 2007 al 2016 il tasso era stato portato dallo 0,5% allo 0 in una serie di tagli, per poi scendere in territorio negativo negli ultimi anni, al -0,1%. Cade così il più simbolico caposaldo di una politica monetaria ultra-espansiva che Tokyo ha perseguito anche nell’ultimo biennio di ritorno dell’inflazione e di aumento dei tassi di interesse su scala globale. L'obiettivo dei tassi sotto zero era rendere competitivo il sistema del credito verso privati e imprese, portando il Giappone fuori dal più che ventennale ristagno della crescita. Il gigantesco piano di ampliamento della base monetaria, un “quantitative easing” à la Draghi su scala temporale di durata doppia avrebbe dovuto essere la chiave per il ritorno di Tokyo tra i motori dell’economia globale. La Abenomics però non ha avuto il successo che si sperava: malgrado i tassi irrisori, dal 2007 ad oggi l’inflazione media è stata dello 0,61%, mentre la crescita del Pil è rimasta piatta, dello 0,13%. Parallelamente, il debito pubblico del Giappone, in rapporto al Pil, si è gonfiato a dismisura, salendo di 90 punti percentuali dal 173% al 263%. D'altra parte, lo stato di salute del sistema nipponico non appare pregiudicato, perché negli anni si è affermata una politica di assoluto controllo nazionale del debito che ne ha permesso l’accumulazione. Il governatore Kazuo Ueda ha impiegato un anno per prendere la decisione della svolta e il suo lieve aumento dei tassi non ha provocato onde d’urto. Lo yen si è appena mosso, con il valore della moneta ancora vicino ai minimi di 150 yen rispetto al dollaro. Del resto tutte le grandi sfide strutturali del Giappone – l’invecchiamento, il declino della popolazione, il rallentamento dei consumi, l’elevato debito pubblico e i bassi tassi di crescita economica – rimangono le stesse. Di conseguenza, non è chiaro se esista un equilibrio stabile in cui il Giappone potrà reggere il ritorno ai tassi di interesse costantemente positivi. Nella sua decisione la banca centrale sottolinea con orgoglio la prospettiva “che l’obiettivo di un'inflazione al 2% venga raggiunto in modo sostenibile e stabile”. Ma riconosce che questa situazione è precaria e potrebbe non durare. “Ci sono incertezze estremamente elevate sull’attività economica e sui prezzi del Giappone”, dice la BoJ nella sua nota. Il che si traduce, nel gergo delle banche centrali, con “potrebbe succedere di tutto”. La normalizzazione della politica monetaria è sensata come segnale di fiducia da parte della BoJ: un aumento di 0,1 punti percentuali degli oneri finanziari non avrà un grande impatto e, in questa fase, un ritorno a tassi positivi offre un certo incoraggiamento alle famiglie e alle imprese. È improbabile, tuttavia, che segnerà l’inizio di uno spostamento duraturo verso tassi d'interesse più elevati in Giappone. Il grande test per il Giappone arriverà invece quando la Federal Reserve americana inizierà ad abbassare i tassi di interesse, soprattutto se ci sarà un rallentamento abbastanza grande da consentire alla Fed di tagliare bruscamente. Poiché è improbabile che la BoJ alzi i tassi in modo significativo, è più probabile che l’azione sull’altra sponda del Pacifico riduca il divario nei rendimenti tra i titoli del Tesoro statunitensi e i titoli di stato giapponesi. Questo causerà, a sua volta, un apprezzamento dello yen, portando a un’inversione delle pressioni esterne che hanno aumentato l’inflazione in Giappone negli ultimi anni. A quel punto il paese dovrebbe fare affidamento sui salari e sui consumi interni per sostenere un aumento dei prezzi. Sarà quel momento, e non il ritorno a tassi di interesse positivi, che segnerà la vera prova del successo della BoJ nel riprendere il controllo sul livello dei prezzi, dopo averlo perso quasi 30 anni fa.

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