Giovedì 18 Luglio 2024
ALESSANDRO FARRUGGIA
Economia

Accordo su gas e migranti con la Libia, l'analista: "La nostra è un'intesa a metà"

Saini Fasanotti, dell’Istituto Ispi: trattato molto positivo, ma parla soltanto a Tripoli. "Controllare il flusso di migranti non sarà facile perché il regime è ostaggio degli scafisti"

Roma, 29 gennaio 2023 - "Le intese con Algeria e Libia sono passi oggettivamente positivi, la politica di attenzione alla sponda sud del Mediterraneo è giusta, e così il tentativo fatto dal ministro degli Esteri Tajani di dialogare con attori importanti in Libia come la Turchia e l’Egitto, ma resta il tema dell’estrema instabilità politica di questi paesi: noi non dobbiamo dimenticare che abbiamo firmato un accordo solo con la componente politica che oggi controlla Tripolitania, non con la Libia". Così Federica Saini Fasanotti, analista dell’Ispi e nonresident senior ellow alla Brookings Institution, grande esperta di Libia.

Giorgia Meloni a Tripoli (Ansa)
Giorgia Meloni a Tripoli (Ansa)

Le intese valgono dunque solo per la Tripolitania?

"Da analista guardo allo scenario complessivo e non posso non notare che in particolare in Libia la situazione non è affatto stabile. Ci sono due primi ministri e noi abbiamo firmato accordi solo con uno. In più in Libia tutto è fluido".

Resta il fatto che l’accordo petrolifero è un passo in avanti.

"Sicuramente l’accordo sul petrolio è molto positivo. L’Eni è la cosa che funziona meglio in Libia, in assoluto. L’attore principale da decenni, e l’accordo non è che una conferma della strategia che l’azienda ha applicato in Libia. Anche in questi anni agitati Eni è riuscita sempre a gestire bene la situazione sul territorio, portando avanti una politica di piena collaborazione con i libici, che gli viene riconosciuta da tutti gli attori. Riaprire il flusso libico e in prospettiva ampliarlo, visto che il gasdotto esistente ha grandi potenzialità, sarebbe molto positivo. C’è però, ripeto, il tema dell’instabilità politica di questi paesi".

Il secondo pilastro degli accordi firmati ieri è l’immigrazione tema che Meloni definisce prioritario. Che ne pensa della fornitura di cinque motovedette alla Guardia Costiera libica, sotto accusa per gli abusi commessi sui migranti?

"Meloni ha ragione a dire che la questioni migranti è decisiva. La Guardia Costiera Libica non garantisce i diritti umani dei migranti che ‘salva’ e le 5 motovedette sono qualcosa ma assolutamente non abbastanza per cambiare lo scenario e ridurre le partenze. Ma il problema vero è che il governo di Tripoli è ostaggio delle milizie, che per molti versi sono simili a normali cartelli criminali e che di fatto gestiscono i flussi dei migranti. Il governo non ha quindi la forza e probabilmente neppure l’intenzione per impedire alle milizie di effettuare questi traffici. Il massimo che potrà fare sarà limitarli un pò, aumentando il numero dei migranti nei campi di detenzione libici. Bisognerebbe piuttosto limitare l’enorme flusso di migranti che arriva e arriverà, e per questo serve agire sui paesi di provenienza".

È precisamente quel che promette di fare il premier Meloni con il piano Mattei.

"E sulla carta è giustissimo. Bisogna agire sull’Africa subsahariana, creare sviluppo. Ma oltre all’idea, bisogna metterci le risorse e vista la portata della sfida, occorrerà coinvolgere l’Europa. Altrimenti è una enunciazione velleitaria".

C’é una prospettica di pacificazione delle crisi libica e arrivare ad elezioni presidenziali?

"Allo stato, direi nessuna. E a mio avviso è sbagliatissimo puntare ad elezioni presidenziali perché sono quelle che creano più frazioni perché c’è un vincitore e molti sconfitti. Meglio sarebbe stato programmare elezioni parlamentari, ma si è scelto diversamente. Il risultato è che alle presidenziali, spero di sbagliarmi, non ci arriveremo affatto, almeno per il 2023, perché la leadership attuale non è all’altezza e non è disposta a compromessi. E quindi avreno ancora due libie e un quadro molto, molto instabile".