Evasione, quanto valgono l’Iva sommersa e le tasse eluse

Nel 2021 persi 83,6 miliardi di euro. Sfuggono ai controlli i redditi dei più abbienti e di coloro che lavorano oltre i confini nazionali

Una sede dell'Agenzia delle Entrate (Ansa)
Una sede dell'Agenzia delle Entrate (Ansa)

Roma, 30 gennaio 2024 – Nel 2021 lo Stato avrebbe perso 83,6 miliardi di euro a causa dei comportamenti illeciti dei contribuenti, con un calo del 3,1% rispetto all'anno precedente. Ma lo Stato perde molti più miliardi con il sistema delle “spese fiscali” (tra deduzioni e detrazioni sono 592 le spese fiscali attive che valgono 128,6 miliardi) messo in campo dal legislatore stesso per favorire questo o quel soggetto, questa o quella scelta di investimento (ad esempio gli accantonamenti di previdenza complementare) questa o quella spesa (ad esempio le spese sanitarie).

Il “vuoto fiscale”, la perdita del fisco, sarebbe dovuta a un sommerso che vale il 9,5% del Pil, non lontano dalla media dei paesi sviluppati che hanno un’economia “informale” compresa tra il 5 e il 10% del Pil. Entrando nel dettaglio, facendo pari a 100 il valore aggiunto sommerso, la causa di quest’ultimo sarebbe per il 52% la sotto-fatturazione e per il 39% l’abuso del lavoro irregolare. Il tax gap sarebbe dunque frutto di questa semplice accoppiata. Al Centro Einaudi di Torino hanno guardato le carte del Mef e sono giunti alla conclusione che il tax gap non nasce solo dal sommerso, ma anche dal deficit di regolamentazione (policy gap) e dalla presenza dell’elusione fiscale, entrambi in grado di creare un gap fiscale considerevole e perfino maggiore di quello da “settore sommerso”.

L’impatto dell’Iva sommersa

Partiamo dal primo. Nel 2021, secondo le elaborazioni del Centro Einaudi sulla base dei dati ufficiali della Commissione UE, l’Italia ha riportato un “vuoto” di Iva (da cui poi deriva, per trascinamento, il vuoto di imposte dirette e di contributi sociali), pari al 5,2%: un record, con la Spagna al secondo posto con il 4,6%, seguita dalla Francia (3,6%) e Germania (2,5%). Questo gap è solo in misura ridotta frutto di evasione rispetto alle regole fissate perché la parte del leone nel far mancare gettito alle casse dello Stato Italiano, è la regolamentazione. È l’applicazione concreta delle norme, in particolare i generosi esoneri e le esclusioni impositive, che producono un “gettito a colabrodo”. “A fronte di 0,8 punti percentuali di Pil di evasione, probabilmente a carico di micro imprenditori e lavoratori indipendenti evasori, le forme di esenzione “a norma di legge” producono un vuoto di gettito dell’1,9% del Pil, più del doppio del gettito che manca all’appello a causa dei furbetti”, spiega Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi.

Negli ultimi anni la corsa alle spese fiscali, ossia alla concessione di regimi particolari a contribuenti particolari, non ha aumentato l’evasione ma ha prodotto gli stessi effetti: ossia lo Stato ha incassato di meno, trattando i contribuenti diversamente. Alla fine i legislatori hanno perso gettito con la mano sinistra, mentre cercavano di recuperarlo con la destra: tra l’altro, la diffusione della fatturazione elettronica è la reale responsabile della concreta riduzione del compliance gap, quindi la tecnologia e l’amministrazione hanno lavorato nella giusta direzione cercando di aiutare il processo di raccolta delle imposte.

Il rilievo delle spese fiscali

La rilevanza delle spese fiscali nel sistema tributario italiano (in tutto sono attive 592 agevolazioni) risulta evidente – come spiegano dall’Osservatorio dei conti pubblici italiani dell’università Cattolica di Milano – dai dati riportati nel Rapporto programmatico sulle spese fiscali, allegato alla Nadef 2022, dove viene rappresentata una fotografia della situazione attuale nel campo delle spese fiscali e le previsioni relative al 2023. Per il 2022, il mancato gettito arriva a 82,6 miliardi (una cifra corrispondente al 4,3% del Pil e a quasi il 15% del gettito erariale complessivo), di cui 42 miliardi (il 51% del totale) solo in ambito Irpef. Complessivamente, per il 2022, il totale delle spese fiscali (come somma tra quelle erariali e quelle locali) ammonta a 128,6 miliardi di minor gettito, ossia il 6,8 per cento del Pil tendenziale della Nadef 2022. Per il 2023, invece, nonostante l’aumento del numero di categorie riferibili alle spese fiscali, il mancato gettito dovrebbe ridursi di 3 miliardi di euro (mezzo punto percentuale del Pil). Resta comunque importante il peso delle spese fiscali relative all’Irpef (41,7 miliardi per il 2023) rispetto al totale riportato (125,6 miliardi), attestandosi al 33,2%.

Ultra ricchi premiati dal fisco

Infine, l’elusione fiscale premia i redditi personali degli ultra ricchi. Secondo il Global Tax Evasion Report 2024 (EU Tax Observatory) emerge che un contribuente medio in qualsiasi regime occidentale paga le imposte personali con aliquote alle quali molti tra gli ultra ricchi non sono sottoposti mai. Per loro l’aliquota effettiva si ferma a metà o meno ancora. Ovviamente questo non è automatico, perché per arrivare al risultato occorre mettere in moto schermi di interposizione, strutture giuridiche, a volte annidate l’una nell’altra, fino a che giocando tra le differenze legislative nazionali, nonché contando sulla concorrenza fiscale tra i governi della stessa Unione, il risultato viene ottenuto. Si tratta di un altro dei risultati opachi della globalizzazione. La libertà di movimento dei capitali è seguita a quella delle merci ed è stata addirittura preferita alla libertà di movimento delle persone e dei lavoratori. Al seguito di questa si sono prodotte le condizioni per offrire vantaggi fiscali nascosti dietro a una parola nuova: elusione e non evasione. Uno dei meccanismi più semplici tra gli ultra ricchi degli Stati Uniti è il seguente: chi possiede un’azienda o parte di essa ne conferisce la proprietà a una fondazione o trust all’estero che le amministra per conto suo. La fondazione non verserà redditi al beneficiario, ma erogherà prestiti che il proprietario userà per sostenere il tenore di vita, qualche volta deducendoli. Le imposte personali sono quindi minime. Ovviamente i dividendi usciti dall’impresa avrebbero pagato un’imposta (compresa tra lo zero e il 23,8% a seconda del paese dove è stata versata), ma anche nel più oneroso dei casi, questo 23,8% sarebbe ben inferiore all’aliquota marginale personale (37% negli Usa).

Difficile tassare oltre i confini degli Stati

Contrastare l’evasione tradizionale è diventato più facile, grazie alla digitalizzazione e al tracciamento, ma i sistemi fiscali hanno successo nel raccogliere le imposte di coloro che lavorano e producono dentro i confini degli Stati. Hanno invece perso traccia di buona parte del gettito dovuto dai più abbienti e nomadi, rendendo la tassazione regressiva per coloro che sono ricchi davvero. “Per addolcire l’amara pillola al ceto medio i governi – spiega Russo – hanno aperto i rubinetti dei bonus fiscali, poco trasparenti e che garantiscono un certo consenso a chi sta nella stanza dei bottoni”.

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