Giampiero Maioli di Credit Agricole
Giampiero Maioli di Credit Agricole

Milano, 21 aprile 2020 - Ma davvero siamo sull’orlo di una catastrofe economica senza precedenti? Davvero nel nostro futuro ci sono miseria, tumulti, rivolte per il pane come ai tempi di Renzo Tramaglino? È interessante guardare a tutto quello che sta succedendo con gli occhi di chi ha a che fare con gli imprenditori, con i risparmiatori, con le famiglie. Giampiero Maioli è responsabile di Crédit Agricole in Italia. La sua banca ha donato oltre due milioni di euro per l’emergenza sanitaria e ha messo a disposizione dieci miliardi per far fronte alle esigenze di liquidità di imprese e famiglie. 

Ho letto che l’Italia ha già avuto, per questo Coronavirus, un danno economico superiore a quello patito nell’intera Seconda guerra mondiale. Cinque anni di bombardamenti, mezzo milione di morti, 320mila feriti o invalidi, 620mila deportati nei campi di prigionia, una guerra civile. E mi chiedo come sia possibile. 
"Ho letto anch’io. Ma è una situazione completamente diversa. Nel 1945, quando c’era tutto da ricostruire, avevamo un’economia al 95 per cento locale. Oggi noi, per la prima volta, viviamo le conseguenze di una crisi drammatica dell’economia globale. L’effetto è molto più violento e molto più ravvicinato nel tempo".

Sta dicendo che nel ’45 fu più facile risollevarsi? 
"No. Non penso questo. Allora l’Italia poteva contare – più che sul piano Marshall – sulla sua grande forza di volontà e sui valori civili della gente. Ha presente quel bel libro di Aldo Cazzullo, Giuro che non avrò più fame? Ecco, si ricostruì l’Italia su quel giuramento. Ma per il resto non c’era niente. Non c’era industria, non c’era tecnologia. Oggi abbiamo eccellenze tecnologiche e di know-how che l’Italia non ha mai avuto. Se penso solo al nostro territorio emiliano-romagnolo, al biomedicale, alla meccatronica, all’agroalimentare... Queste sono aziende straordinarie che fremono per ripartire perché sanno di avere un mercato". 

Le aziende sono pronte. E lo Stato? 
«Ecco, debbo dire purtroppo che vedo un rischio nella differenza fra l’innovazione tecnologica del settore pubblico e quella del privato. Penso al decreto Cura Italia sulla liquidità. La maggior parte delle banche è pronta per operare. Per ricevere le domande sul sito, per scaricare i moduli e per dare i finanziamenti. Ma c’è una dirompente divaricazione fra la tecnologia del privato e quella del pubblico". 

La vostra banca come sta lavorando adesso? 
"Abbiamo cinquemila dipendenti che lavorano in remoto, avendo fatto importanti investimenti anticipati. Lo Stato ha dovuto affrontare qualcosa che non poteva prevedere. Non avevamo i respiratori, le mascherine, i tamponi. Abbiamo fatto fronte a questa situazione con la generosità di tutti gli italiani e con il cuore dei medici e degli infermieri". 

E noi dei media? Come stiamo descrivendo questo momento? 
"Se devo essere sincero, vedo rappresentato uno scenario peggiore della realtà. Se guardo i dati della Borsa Usa, il Nasdaq è a meno 3 per cento dall’inizio dell’anno. In pratica, ha già recuperato tutto. In un Paese, gli Usa, che sono ancora – e in pieno – nella Fase 1. Dieci giorni fa leggevo titoli catastrofici sulla Borsa americana".

È il momento di riaprire tutto?

"Ci vuole equilibrio, siamo ancora in una fase delicata. ’Festina lente’, dicevano i latini, ’affrettati lentamente’. Capisco e apprezzo la voglia di tanti imprenditori di ripartire: è un desiderio positivo. Ma quando esci da un infortunio, se affretti i tempi di recupero rischi di perdere nove mesi anziché trenta giorni". 

Voi siete pronti alla Fase 2? 
"Stiamo lavorando per il ritorno del personale nelle filiali, ma con tutta una serie di precauzioni: controlli medici, temperature, turnazioni, mascherine. Attualmente, agli sportelli abbiamo un 50 per cento di presenze, gli altri lavorano da casa. E questa esperienza servirà tantissimo. Ci sarà un cambiamento epocale. Molte operazioni si faranno solo online, e in banca ci si andrà con appuntamento". 

A sentire alcuni, siamo vicini agli assalti agli sportelli delle banche. 
"Io non ho visto nessuna reazione scomposta. Non c’è la corsa a ritirare i soldi dai conti correnti o dagli investimenti, anzi: da noi il risparmio complessivo è in crescita. Sul medio e lungo termine, gli italiani hanno una visione migliore di quella che viene dipinta. Io rispondo personalmente alle mail di tanti nostri clienti e non mi ritrovo in quel clima da guerra civile che viene rappresentato. Posso aggiungere una cosa?". 

Aggiunga. 
"Fra le tante categorie che vengono giustamente elogiate, vorrei spendere una parola per tutti i bancari che sono andati agli sportelli per servire la gente. Ragazze e ragazzi che senza avere salari da privilegiati hanno sempre garantito anche il servizio bancomat nelle zone rosse più colpite".

Che lezione ci lascia questa epidemia per il futuro? 
"Dovremo investire sulla tecnologia, ripensare la sanità, potenziare le infrastrutture. E diminuire il debito pubblico. L’Europa si defila, è vero, ma non possiamo pensare di restare con 2.500 miliardi di debito. E non possiamo lasciare questo fardello alle generazioni future. È anche una questione morale".