Cabine telefoniche addio, Tim chiuderà le ultime 15mila entro fine anno

Ne resteranno attive solamente un migliaio in punti sensibili come ospedali e rifugi alpini

Un'immagine generica di cabina telefonica

Un'immagine generica di cabina telefonica

“Il declino del telefono di strada è solo una delle tante espressioni di un fenomeno più generale: l’irresistibile tendenza verso la scomparsa dei beni pubblici. Il progresso sembra aver preso una direzione in cui tutti i beni e servizi offerti alla collettività non hanno più senso”. Così aveva sentenziato, già nel 2001, il sociologo Franco Cassano nel suo saggio ‘Modernizzare stanca’: ventidue anni più tardi, pare proprio che i fatti gli abbiano dato ragione. Soppiantate da telefonini e smartphone privati, le cabine telefoniche pubbliche spariranno dalle nostre città entro la fine dell’anno.

Lo ha reso noto lo stesso amministratore delegato del gruppo Tim Pietro Labriola, nell’ultima conference call sui risultati del 1° semestre 2023: lo smantellamento delle ultime 15mila cabine ancora presenti nel nostro Paese rientra in un piano più generale di interventi per la razionalizzazione e l’efficientamento delle infrastrutture di rete, che vanno dal decomissioning (la disattivazione di servizi e tecnologie obsoleti) a un più ampio ricorso alle fonti di energia rinnovabile.

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A maggio scorso il nullaosta dell’Agcom

Era stata l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, in una delibera dello scorso 23 maggio, a dare il via libera alla società telefonica Tim – che dagli anni Venti gestisce i telefoni pubblici a pagamento in Italia, prima con il nome di Sip, poi di Telecom Italia – per la rimozione delle cabine. Una decisione, quella dell’Agcom, maturata dopo un’accurata indagine, da cui è emerso che solo lo 0,5% della popolazione aveva utilizzato il servizio di telefonia pubblica nei 90 giorni precedenti, mentre il 12% non ne aveva mai usufruito. Non solo: secondo lo studio, più dell’80% degli intervistati non avverte l’esigenza di utilizzare il servizio di telefonia pubblica e oltre il 70% ritiene la presenza di cabine telefoniche non più indispensabile al giorno d’oggi.

Agcom ha rilevato, inoltre, che la copertura radiomobile presente nelle zone servite dal servizio di telefonia pubblica è "già sostanzialmente completa”, con una percentuale del 99,2 per cento. E, considerando anche gli altri operatori, nel 2022 non si scendeva sotto il 99 per cento. Le ‘sim human’, ovvero le schede telefoniche per telefonia mobile possedute da clientela ‘umana’ e non utilizzate per la domotica e l’automazione industriale, sono oltre 78 milioni: superiori, per numero, alla popolazione del Paese.

I numeri hanno preso il sopravvento sull’effetto nostalgia e hanno definitivamente convinto l’Agcom a rilasciare il nullaosta, in linea con quanto sta già accadendo in molti altri Paesi europei. Secondo quanto si legge nella stessa delibera, infatti, le postazioni telefoniche pubbliche resistono, per il momento, solo in Spagna e Olanda, mentre sono state rimosse in almeno undici Paesi dell’Ue (dal Belgio alla Germania, senza dimenticare, al di fuori dei confini dell’Unione, il Regno Unito).

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Quali postazioni si salveranno

Si salveranno solo quelle situate nei luoghi di interesse sociale – 1.801, si legge sempre nella delibera Agcom – come ospedali e strutture sanitarie con più di dieci posti letto, carceri, caserme. Resteranno intatte anche 470 cabine collocate nei rifugi alpini, il più delle volte scarsamente coperti dalla rete mobile.

La prima cabina nel 1952, in piazza San Babila a Milano

Era il 10 febbraio 1952 quando le prime due cabine telefoniche comparvero in piazza San Babila, a Milano. Funzionavano con gettoni che si potevano acquistare nelle edicole: negli anni Cinquanta un gettone valeva trenta lire, negli anni Ottanta cento e negli anni Novanta duecento, cioè il valore di uno scatto, che permetteva di fare brevi telefonate (per esempio, per chiedere a qualcuno di farsi venire a prendere). I gettoni non sono più accettati come moneta corrente dal 2001, con l’introduzione dell’euro, ma già dagli anni Ottanta cominciarono a essere rimpiazzati dalle schede telefoniche, più comode e pratiche. Le prime carte erano gialle e blu, e valevano 5mila e 10mila lire. A metà anni Novanta la Sip divenne Telecom e cambiarono anche le carte prepagate, che pian piano si trasformarono in icona pop, vero e proprio oggetto da collezione. Oggi, per chiamare da una cabina telefonica si possono utilizzare sia le monete (da 10 centesimi a 1 euro), sia le carte di credito. Fino agli anni Novanta, il nostro Paese è stato la nazione europea più ricca di telefoni pubblici: uno ogni 458 abitanti, quando la media Ue era di 1.100.

Dal boom al declino

Attualmente nelle strade italiane sono attivi 16.073 telefoni pubblici. Secondo l’indagine condotta dall’Agcom, dal 2010 al 2017 il numero di chiamate fatte dai telefoni pubblici in Italia si è ridotto dell’80 per cento, passando da 96 milioni a meno di 20: più di recente, l’Agcom ha rilevato che, dal 2019 al 2021, il numero medio di chiamate effettuate ogni anno per ciascuna postazione si è ulteriormente ridotto del 57 per cento, passando da 277 a 118. Meno di una ogni tre giorni. È giunta, dunque, l’ora di staccare la spina: ma dove andranno a finire i famigerati ‘Digito’, i telefoni grigi con la cornetta rossa, ricoperti da una pensilina in plexiglas, che fanno ormai parte dell’arredo urbano delle nostre città? Tim ha fatto sapere che le postazioni dismesse saranno conferite come rifiuti speciali per il pieno recupero dei materiali di fabbricazione.

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